L'arte della "supercazzola" dal conte Mascetti a Conte

Un divertente saggio di Forchielli e Mengoli svela come riconoscere chi parla senza dire mai nulla

L'arte della "supercazzola" dal conte Mascetti a Conte

La supercazzola: ovvero l'arte di parlare molto e dire nulla. Quando l'immortale Ugo Tognazzi interpretò il Conte Mascetti nel primo atto di Amici miei, regia di Mario Monicelli, non sapeva ancora, ma forse intuiva, che il suo personaggio, inventore della supercazzola, avrebbe fornito il contributo più rilevante alle scienze politiche degli ultimi decenni. Infatti, «come fosse Antani», viviamo nel Paese della supercazzola permanente con scappellamento quasi sempre a sinistra, ma spesso e volentieri anche a destra.

Dal Conte Mascetti a Giuseppe Conte il passo è breve. Infatti l'avvocato foggiano giunto, per un misterioso e irripetibile scherzo della storia, alla presidenza del Consiglio si esibisce in supercazzole magistrali in occasione di ogni intervento pubblico. Conte ipnotizza il pubblico per minuti, poi insulta un giornalista a caso e se ne va. Cosa ha detto? Non si sa. Il pueblo resta all'oscuro fino a quando non escono i chiarimenti ufficiali. Intanto la supercazzola del millennio se la aggiudica fin da ora: «Alle banche chiedo un atto d'amore per l'Italia. Uno sforzo per erogare subito liquidità alle imprese». Ammmore. Già che c'era poteva aggiungere: «Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?». Il senso del discorso non sarebbe cambiato di una virgola.

Ora disponiamo di uno strumento pratico fondamentale per sopravvivere in Italia: L'arte della supercazzola. Lessico essenziale dell'Italia che non ci meritiamo, dal 1861 al Covid-19 (Baldini+Castoldi, pagg. 176, euro 16, in libreria da domani). I benefattori, cioè gli autori, sono Alberto Forchielli e Michele Mengoli. Dopo aver scandagliato discorsi ufficiali, articoli di giornale, libri e tormentoni da social network, Forchielli e Mengoli hanno sfornato un esauriente catalogo di frasi fatte che debbono suonare come un campanello d'allarme. Lo slogan è sempre la spia di una supercazzola, qui da intendersi in senso proprio e in senso lato. Non solo il torrente di parole insensate alla Nichi Vendola ma anche il luogo comune che cerca di mascherare il nulla o addirittura l'inganno sottostante il ragionamento (si fa per dire).

Prendiamo l'espressione «Fare sistema». L'Italia vince se fa sistema. Carlo Azeglio Ciampi: «Mettiamola sotto un altro aspetto: cosa ci dice l'esperienza di questa visita di Stato in Cina? Che noi italiani, quando facciamo sistema, vinciamo». Ehm.

E quelli che concludono la supercazzola di turno con il celeberrimo «Fidatevi dello Stato». Sì, magari di un altro Stato visto che il nostro è riuscito perfino nell'impresa del «prelievo notturno», consistente nel mettere le mani, mentre dormivamo, sul sei per mille di tutti i depositi bancari. Per questo, quando lo Stato, e succede spesso, dice di voler fare qualcosa per noi, la prima reazione è fuggire a gambe levate. Se non facesse niente, sarebbe già tanto...

La validità di «Assumersi la responsabilità» l'abbiamo sperimentata in questi mesi. Quando un amministratore si «assume la responsabilità» già si sente arrivare nell'aria un «ma». «Mi assumo la responsabilità ma... dopo che lo avranno fatto il governo, la regione, il sindacato, i proprietari, i primari, i virologi, i medici di base, i sindaci, gli assessori, la movida, i baristi, i runner, i cani e soprattutto come fosse Antani».

Nelle riunioni aziendali, quando scatta la «Sinergia» è il momento di acquattarsi alla parete e uscire il più rapidamente possibile senza essere visti. Meglio scappare a gambe levate, invece, se si vogliono usare le «sinergie» per «fare sistema» e valorizzare «le eccellenze» del «sistema Italia» con una «narrazione» più «pop». Tradotto: non abbiamo la minima idea sul da farsi, la nave sta affondando, si salvi chi può.

Forse peggio delle sinergie sono soltanto gli «accordi quadro» che valorizzano le «eccellenze» (immancabili) attraverso una «cabina di regia», coordinata da «un presidente di garanzia», che in «sinergia» (ahi) con le «task force» evita la «macelleria sociale» ripartendo «dal Mezzogiorno», d'altronde «ce lo chiede l'Europa». In ogni caso l'Italia è sempre pronta «a sbattere i pugni sul tavolo» a Bruxelles. Tradotto: noi, pagliacci italiani, ci rimettiamo alla clemenza dell'Unione europea.

Ricordatevi comunque la necessità di sottoporre la «spending review» a una attenta «analisi dei costi benefici» che tagli gli «enti inutili» senza far soffrire le «garanzie sociali» offerte dal «Welfare State». Tradotto: pur di continuare a spendere in marchette elettorali, alzeremo ancora le tasse con scappellamento a sinistra e a destra.

Arrivati alla fine del libro dopo molte risate, un solo concetto si forma nella mente del lettore quando realizza che è tutto vero: AIUTO.

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