L'attore arci-italiano più anti-italiano che ci sia mai stato (supercazzola inclusa)

Il 23 marzo si celebrerà il centenario della nascita di un mattatore atipico

L'attore arci-italiano più anti-italiano che ci sia mai stato (supercazzola inclusa)

Forse noi italiani ci siamo meritati Alberto Sordi, come diceva Nanni Moretti. Senz'altro non ci siamo meritati Ugo Tognazzi. Certo, l'attore ha avuto uno straordinario successo, impreziosito da una Palma d'oro a Cannes; eppure si ha l'impressione che la portata della sua cinematografia (e del suo repertorio teatrale) non sia stata colta fino in fondo. In occasione del centenario della nascita, Ignazio Senatore pubblica per l'editore Gremese un utile strumento: Ugo Tognazzi. La vita, i film, il teatro, la televisione e altro ancora. Una rassegna puntuale dell'opera di Tognazzi, titolo per titolo, ruolo per ruolo, regista per regista, battuta per battuta, recensione per recensione. L'introduzione è affidata a Pupi Avati che diresse Tognazzi, tra le altre cose, in uno dei migliori film sul calcio mai girati: Ultimo minuto.

Ottavio Ugo Tognazzi nasce il 23 marzo 1922, a Cremona in via Antica Porta Tintoria, un tempo via Cantarane, al numero 6. Nell'Abbuffone (1974, ora edito da Avagliano), una esilarante autobiografia per ricette d'autore, Tognazzi racconta i suoi giorni da attore scapigliato. Nel 1940, parte per la guerra. Finisce al comando superiore della marina a La Spezia. Per fortuna i superiori non lo mandano per mare, aveva già rischiato di morire annegato nel Po. Lo mettono invece a fare di conto, ma grazie all'incontro con Lucio Ardenzi, cantante e futuro impresario, si esibisce per i soldati. Tognazzi inizia a sognare di fare l'attore di varietà. Dopo l'8 settembre rientra a Cremona e torna a fare l'impiegato presso il salumificio Negroni ma continua ad assentarsi per recitare nelle caserme della Rsi. Alla fine viene ripreso dal capoufficio. Lui lo fissa sorridendo, e canticchia: «La sua bocca è tanto bella / salamino e mortadella / il suo sguardo par divino / mortadella e salamino». Grandi risate, seguite dal licenziamento seduta stante. Nel 1943, Tognazzi ha l'opportunità di organizzare uno spettacolo al Teatro Ponchielli a patto che l'incasso sia «pro armi alla patria», Tognazzi mette subito assieme la compagnia. I finanziatori sono un impresario di pompe funebri, un rampollo di famiglia benestante, un funzionario del consorzio agricolo. Il 4 maggio 1944 debutta Una nuvola in vacanza. Il varietà si direbbe innocuo ma in un palco c'è il gerarca Roberto Farinacci. Racconta Tognazzi: «Rischiai di essere impacchettato per la Germania perché mentre cantavo la canzoncina satirica Lassa pur lè, che in cremonese vuol dire piantala, pare indicassi con il braccio il palco in cui era seduto Farinacci». In quanto all'incasso: «Terminammo con un deficit di lire sessantaquattromila. Calcolando il valore della moneta di allora, ritengo di aver contribuito a sottrarre quattro mitra alla Repubblica sociale italiana».

Alla fine della guerra, Tognazzi decide di far rotta verso Milano. Non lo accompagneremo nella sua scalata nel varietà e in televisione. Però ricordiamo che il ruolo decisivo per il decollo nel mondo del cinema fu lo zelante graduato delle Brigate nere protagonista de Il federale di Luciano Salce (1961). Personaggio indimenticabile fin dal nome: Primo Arcovazzi da Azzanello, minuscolo paese a un tiro di schioppo da Cremona. In questa occasione, Tognazzi decide di cambiare passo, come leggiamo in una testimonianza dell'attore raccolta da Senatore: «Col Federale è cominciata una specie di analisi, un asciugare, un abbandonare certi eccessi di comicità pura da rivista o da varietà».

Scorrendo il libro di Senatore ci si rende conto della incredibile rassegna di arci-italiani e di anti-italiani (spesso le due categorie coincidono) messi in scena da Tognazzi. Gli anni Sessanta sono un trionfo. Bastano i titoli per accendere la memoria collettiva: La marcia su Roma, L'ape regina, I mostri, La vita agra, Io la conoscevo bene. E siamo solo al 1965...

Tognazzi lavorerà con tutti i grandi registi e vincerà la Palma d'oro a Cannes (nel 1981 con La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci). Nel suo pantheon ci sono maschere entrate nel costume come il Conte Mascetti di Amici miei (di Mario Monicelli, 1975) con la sua «supercazzola», metafora perfetta di un Paese, il nostro, innamorato della vuota retorica al punto da diventare ridicolo in ogni occasione ufficiale. Per non dire delle «supercazzole» dei politici, dei virologi, dei giornalisti, degli esperti (si fa per dire) di geopolitica.

Soprattutto con Marco Ferreri, ma anche con Mario Monicelli, Tognazzi ha dissacrato tutto il dissacrabile: la famiglia tradizionale, la società dello spettacolo, il consumismo; e si è permesso di rivolgere perfino un malinconico sberleffo alla morte. Tuttavia, nella sua sterminata carriera, ci sono anche i ruoli di funzionario dello Stato (magistrato o commissario) in un periodo in cui andavano di moda i rivoluzionari.

Nel Commisario Pepe (1969) di Ettore Scola, Tognazzi ritrae l'ipocrisia della provincia e la rassegnazione di un ispettore al quale viene chiesto di fermare un'indagine pruriginosa. Tognazzi è straordinario, con pochissimi tocchi (spalle incassate e petto in fuori, provate davanti allo specchio se pensate sia facile) costruisce un universo morale e sentimentale. Ecco il risultato di quell'«asciugare» di cui Tognazzi parlava a proposito del Federale. Del resto, l'indagine della mediocrità, condotta con misurata ironia, è una delle specialità della casa. Un esempio per tutti, il trentanovenne protagonista della Voglia matta (1962) di Luciano Salce, che si lascia irretire da una ragazzina, una splendida Catherine Spaak, per la quale, naturalmente, il flirt è tutto un gioco. Invece, per l'ingegner Antonio Berlingheri, è forse l'ultima possibilità di sentirsi vivo, a costo di rendersi ridicolo, facendo la ruota fuori tempo massimo.

Che dire di un film come il Vizietto (1978) di Edouard Molinaro? Dietro alla caricatura della omosessualità, si sente la profonda tenerezza: oggi però nessuno avrebbe il coraggio di girare un film del genere. Poi c'è il personaggio pubblico, che si fa ritrarre in manette sulla finta prima pagina di Paese sera sotto il titolo: «Arrestato Ugo Tognazzi. È il capo delle BR». È un falso della rivista Il male e scatena i polemisti di mezza Italia. Siamo nel 1979, nel pieno degli anni di piombo. Lui, invece di intavolare pensosi dibattiti sulla satira, taglia corto: «Rivendico il diritto alla cazzata». Gol, palla al centro.

Nell'attore c'è molto della terra padana in cui è nato e in cui capitava di incontrarlo (dal salumiere Saronni, come Mina, o allo stadio Zini, che lo accoglieva sempre con un grande applauso). La concretezza che può scadere nella grettezza o rivelarsi un formidabile antidoto contro la retorica. L'aria sorniona, il mezzo sorriso che può nascondere la depressione ma anche la sorprendente zampata ironica. La tranquillità che sembra apatia ma è il pudore di un uomo in realtà goloso della vita in tutti i suoi aspetti. Tognazzi rende universale questo modo di essere grazie al talento inimitabile. Anche ridere è una cosa seria.

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