In un libro il grande Strehler e i suoi scenografi

Fra i lenitivi alla volgarità dilagante e alla sbornia mediatica post-inaugurazione Scala, c'è il tradizionale libro pubblicato dagli «Amici della Scala» per l'inaugurazione. Quest'anno Vittoria Crespi esplora uno degli aspetti meno analizzati dell'attività di Giorgio Strehler, il suo rapporto con la scenografia. Strehler e i suoi scenografi è l'occasione per ammirare non solo il lavoro con la triade scenografica di maggior durata (Gianni Ratto, e soprattutto Luciano Damiani e poi Ezio Frigerio), ma anche di scoprire inattese relazioni: Felice Casorati per Elettra di Sofocle all'Olimpico di Vicenza, Piero Zuffi per il Macbeth di Shakespeare tradotto da Quasimodo, Fabrizio Clerici per la Vedova scaltra di Goldoni e il viscontiano Mario Chari per la prima meravigliosa Trilogia della villeggiatura. Il legame simbolo è quello che lega Strehler a Damiani. Un rapporto «osmotico», per la comune volontà di prosciugare la scena, concentrandosi su autori feticcio (Goldoni, Shakespeare, Brecht e nel teatro musicale Mozart e Verdi), «senza che manchino incursioni memorabili nei mondi di Lessing, Cechov, Strindberg, Pirandello, Eduardo. In Damiani la stima per Strehler è assoluta: Bisogna saper vedere, e lui sa vedere, forse più di Ronconi. Questi lascia correre delle robacce durante le prove, Strehler no»». Strehler ha rivoluzionato la scena, anche quella operistica, dimostrando di seguire prima di tutto la musica, «primo motore», e poi «l'unità della parola-musica o musica-parola». Lezione che non conosce tramonto e dovrebbe indurre tanti improvvisati d'oggi a studi seri o a un bagno d'umiltà.

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