"L'indiano urbano sfata gli stereotipi"

La vita dei Nativi a Oakland fra alcol, feste tribali e caccia all'identità

"L'indiano urbano sfata gli stereotipi"

Il titolo, Non qui, non altrove (There There, in originale) è preso da una canzone dei Radiohead. «Il testo della canzone ricorda molti dei temi del romanzo» dice Tommy Orange (nella foto di Elena Seibert). Nato e cresciuto a Oakland, nella baia di San Francisco, Tommy Orange appartiene alle tribù Cheyenne e Arapaho dell'Oklahoma. Il suo romanzo d'esordio, bestseller del New York Times e fra i dieci migliori dell'anno per la New York Times Book Review (Frassinelli, pagg. 328, euro 18,90), parla dei Nativi, raccontati nella loro «vita vera», in una città della California. Dove, intorno all'organizzazione di un powwow, il raduno annuale della nazione perduta d'America, accadono tragedie, quotidiane distruzioni e abbruttimenti, fallimenti a ripetizione e qualche tentativo di rinascita. «Volevo scrivere di Oakland. Ho lavorato nella comunità cittadina dei Nativi per molti anni, e volevo mostrare questo lato della città».

Tommy Orange, chi è l'«indiano urbano», il protagonista del romanzo?

«Mi riferisco ai Nativi che vivono nelle città, al contrario di come i Nativi sono stati spesso ritratti, cioè nelle riserve, o come figure strettamente storiche, con i copricapi».

Che cos'ha di diverso l'indiano urbano?

«Il 70 per cento dei Nativi oggi vive nelle città. La descrizione usuale tende a essere monodimensionale. Invece la vita di un Nativo urbano, in molti casi, è la stessa di ogni altro americano di oggi. Possiamo celebrare la nostra cultura attraverso le danze ai powwow, o conoscere la nostra lingua; o magari no».

I suoi personaggi sperimentano una ambiguità, nella loro identità. Perché?

«Racconto di persone che hanno più di una modalità per relazionarsi alla loro eredità. Se non sono cresciuti nelle riserve, o con intorno persone della tribù, il rapporto con la loro identità può essere impegnativo, meno chiaro. E poi, il modo in cui i nativi sono descritti ci spinge a interrogare la nostra autenticità più di ogni altro giovane americano medio di una minoranza».

Alcolismo, dipendenza da sostanze, disoccupazione, depressione, abusi, violenze domestiche: è questa la realtà, che racconta nelle storie dei protagonisti?

«In tutte le comunità di Nativi, queste cose sono una realtà. Abbiamo alcune delle peggiori statistiche sulla salute rispetto agli altri gruppi in America, e il più basso tasso di aspettativa di vita».

Cita una frase di Gertrude Stein su Oakland: «Qui non c'è nessun qui».

«Ho trovato molta risonanza con lo spaesamento e la storia dei Nativi. Non sapeva più che cosa pensare di quella che era casa sua, perché non era più riconoscibile».

Scrive che la storia raccontata per stereotipi sembra sempre «troppo triste e patetica».

«Quando le persone sentono qualcosa di triste o di tragico sulla storia americana, o vogliono dimenticarselo, perché è lontano nel tempo e non riguarda la vita di oggi, oppure hanno pietà, il che non è sempre utile».

Dice anche che essere indiani d'America non significa «il ritorno alla terra». Perché?

«Rifiuto l'idea che essere un Nativo riguardi solo il legame con l'ambiente, come se tutto risiedesse nel rapporto con la campagna o il deserto o qualche altro stereotipo. La terra non è stata cancellata: anche le città sono parte della terra».

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