L'opera più bella degli Uffizi che però agli Uffizi non c'è

La "pala" di Domenico Veneziano è un capolavoro. Il nostro critico è andato a Firenze per rivederla. Ma...

L'ultima volta che sono stato agli Uffizi, pochi giorni fa, non l'ho trovato. L'ho cercato. Mi sono fermato a lungo davanti ai suoi fratelli maggiori, a Lorenzo Monaco a Gentile da Fabriano, in gara con le loro adorazioni, con i cortei dei Magi, tra stremata eleganza e lussureggiante esibizione, desideroso di placare la sfrontata bellezza in una placata riflessione.

Dopo una prolungata esposizione alla luce abbagliante, sontuosa, dei fondi oro, chi ti avvicinano a Dio, come un sole diffuso, immergendoti nella luce, ma ti allontanano da te stesso, ti umiliano e ti piegano il capo nella necessità della devozione, volevo rivedere il mondo nella luce della ragione.

Dietro l'angolo mi aspettavo di entrare in una diversa storia, in un nuovo spazio. Ne avevo bisogno. E invece il vuoto. Non ho trovato Domenico Veneziano, non sono entrato nella sua luce. E ho dimenticato di chiederne notizia a Eike Schmidt, il festoso direttore degli Uffizi che vuole la felicità del suo museo e la gioia di chi lo visita. Né l'ho chiesto a Domenico Tropea, il comandante dei Carabinieri che mi accompagnava, curioso di ogni dettaglio su cui richiamavo la sua attenzione, per non insospettirlo. La sparizione di una pala così notevole non poteva lasciare indifferenti, tanto più che non ce ne erano tracce, per intervenute sostituzioni. Né richiami a trasferimenti o spostamenti. Un delitto perfetto. La Madonna (con i santi) assunta in cielo.

Certo, da Giotto a Giottino, dal maestro di Santa Cecilia a Pietro Lorenzetti, da Masaccio a Piero della Francesca, da Paolo Uccello ad Antonello, non mancano in pochi metri occasioni di puro godimento; ma c'è un piacere più alto che non nasce dalla contemplazione dei capolavori di menti sofisticatissime e sorprendenti, ma dalla semplicità della ragione, di un ordine delle idee che non ha bisogno di stupirci, ma ci vuole mostrare che la pittura è pensiero, luce, misura.

Ho celebrato in tante occasioni quel puro teorema, somma pala d'altare nelle sembianze della Sacra Conversazione, che è la pala urbinate di Piero della Francesca, ora a Brera. L'ho sempre datata 1470, prototipo di esercizi di tutti i maestri di lì in avanti, in particolare Giovanni Bellini, ma faticherei a pensare che Piero sarebbe arrivato così avanti senza aver parlato con Domenico Veneziano (1410?-1461), senza aver guardato la sua Pala per Santa Lucia de' Magnoli, di circa trent'anni prima. Con quale intuizione! Con quale anticipazione su tutti, e con il più grande rigore!

La pala di Domenico Veneziano è uno degli esempi più antichi pervenutici di tabula quadrata et sine civoriis, come suggeriva Brunelleschi, cioè di pala moderna senza gli scomparti e senza il fondo oro tipico dei polittici medievali. Nonostante ciò l'ambientazione, con i tre archi a sesto acuto, le colonnette e le nicchie a conchiglia, ricorda la tradizionale composizione a scomparti, anche se si tratta solo di una suggestione. L'edificio in cui è composta la scena è infatti trattato secondo le più avanzate conoscenze della prospettiva geometrica, con tre punti di fuga dove convergono tutte le linee orizzontali, comprese quelle del complesso pavimento intarsiato di marmi. Dove l'ha vista e pensata questa invenzione, Domenico Veneziano?

Essa ha una luce senza precedenti, una mattina senza fine, che è entrata in Piero e lo ha trasformato. L'impianto del polittico è qui assorbito in un aereo loggiato che ripartisce lo spazio per santo, schierato davanti alla Vergine in trono contro un cortile a nicchie davanti a un meraviglioso giardino di aranci. Non c'è felicità fuori di qui.

Certo, in quella luce dei colori non ci poteva non essere il ricordo di Venezia, che anche a Firenze Domenico teneva come il sogno dell'infanzia perduta. Nessun dubbio che egli fosse stato a Venezia negli anni della adolescenza.

La data e il luogo di nascita di Domenico non sono documentati, ma egli si firma «Domenicho da Vinesia» in una lettera del 1438 a Piero de' Medici, «Domenicus de Venetiis» nel tabernacolo dei Carnesecchi e nella pala d'altare di Santa Lucia dei Magnoli, mentre nei documenti contemporanei viene chiamato «Domenico di Bartolomeo da Venezia». La questione relativa al luogo di nascita di Domenico è significativa per la comprensione della sua formazione artistica: Venezia per il Vasari (1568) e la Toscana per il Cavalcaselle (1911).

Certo che la pala, dopo il pisanelliano tondo degli Uffizi, è una inattesa apparizione: entrano i santi nell'hortus conclusus dove la Madonna li attende, entrano con l'esperienza che hanno fatto: sublime e incantata santa Lucia nel suo spettrale pallore, parla del suo supplizio e tiene in mano i suoi occhi; selvaggio e rude, con la faccia larga domina lo spazio san Giovanni Battista: si porta dentro il deserto; san Francesco legge e prega: ha il volto segnato dall'esperienza e lontano da ogni sogno; San Zenibio ha una umanità più forte dei sontuosi paludamenti in cui e' stretto: ci parla di meditazione e sofferenza. La Madonna e il bambino sono altrove, trasfigurati nella luce dorata che scende su di loro. La luce non ci investe, cala sulle pietre, sulle stoffe, sui volti. Li fa splendere dei loro colori. E sono colori della mente, che perfezionano le cose. In nessun dipinto si è immersi in una condizione spirituale così alta, da portarci fuori dalla favola e dalla forza travolgente dei sensi di Lorenzo Monaco e di Gentile, e innalzarci dove le idee sono più grandi degli uomini. Ecco: mai la pittura ha rappresentato in modo così chiaro il mondo delle idee, ciò che sta sopra di noi, con una semplicità che non sarà né di Piero né di Botticelli.

Nella dottrina platonica le idee sono concetti eterni, immutabili e sovrasensibili, di cui gli enti del mondo fisico, coi loro caratteri e le loro qualità, non sono che imperfetti riflessi. Così vediamo le immagini sensibili, nella loro terrestre gravità sublimata, altre da sé. Domenico Veneziano per primo riesce in questo, portandoci altrove e fuori della realtà sensibile, senza sottrarcela. Questa luce ci entra dentro, e ci trasfigura. L' iperuranio ha trovato forma.Non lo troveremo altrove, non lo perderemo più'.L'essere in pittura entra con Domenico Veneziano. Piero, Botticelli e Michelangelo tenteranno di salire ancora, ma il loro cielo non sarà così luminoso. Qui la luce. Qui Dio.

Post scriptum Alla fine dell'articolo ho chiamato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, l'ho ringraziato per la visita,e gli ho chiesto sommessamente della sparizione. Mi ha candidamente risposto che l'opera è da qualche mese in restauro. Per non farci soffrire non lo ha segnalato. Ci aspetta all'Opificio delle pietre dure, il santo laboratorio di restauro di Firenze. Se già viveva di luce, la Pala di santa Lucia dei Magnoli ora abbaglierà più di un fondo oro. Speriamo che, per la luce divina, non abbia perso la sua luce mattinale, tra le 10 e le 11, l'orario della perfezione del giorno, quando il sole benedice il mondo.

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