L'ossessione nazista: criticare l'arte e "metterla da parte"

Il film "Hitler contro Picasso" in uscita a marzo racconta le razzie dei dipinti in tutta Europa

L'ossessione nazista: criticare l'arte e "metterla da parte"

Sarebbe piaciuta anche a lui la bohème di Parigi. I Bateaux Mouches che scorrono lenti davanti alle finestre aperte; le tele appese ovunque, nella spelonca-atelier; i bistrot dove bere caffè con gli amici pittori, parlando d'arte e di donne disposte a posare. Vivere da anarchici sotto la Torre Eiffel, avvolti dal fumo delle sigarette, negli anni Venti. E avere vent'anni e chiamarsi Pablo, Picasso: un sogno che Adolf Hitler, aspirante pittore di Linz, rifiutato due volte dalla Wiener Kunstakademie, non poteva permettersi. Acquerelli alla mano, però, un paio di schizzi per il simbolo del suo partito gli riuscirono: svastica nera in un lago rosso. Niente circhi, arlecchini o puttane dipinte di blu. Ma guerra aperta al genio spagnolo e ai suoi seguaci, dagli anni Venti alla Seconda Guerra mondiale. Parte da qui Hitler contro Picasso e gli altri. L'ossessione nazista per l'arte, notevole film documentario di Claudio Poli, con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo (qui voce recitante), che Nexo Digital, con 3DProduzioni e Sky Arte HD, manderà in sala il 13 e il 14 marzo, in anteprima italiana e poi in altri 50 paesi del mondo, per poi andare in onda su Sky.

Sono vent'anni, ormai, che conosciamo la doppia faccia dell'approccio artistico dei nazi: pubblicamente spregiatori dell'«Arte degenerata», con i suoi Braque e Kokoshka, Klee e Picasso. Privatamente, però, voraci collezionisti di capolavori defraudati ai loro possessori ebrei: non a caso il numero due di Hitler, Hermann Goering, corpaccione da soldato e anima da raffinato intenditore, si portò a casa gli Impressionisti e van Gogh, pagandoli di tasca sua e razziando ogni tela di pregio in tutta Europa. Opere sottratte agli ebrei spediti nei lager e sulle quali fa piena luce anche una mostra al Louvre, che ha l'intento di rintracciare i legittimi possessori di 31 tele preziose.

Una vera e propria caccia all'arte, in camicia bruna, fu scatenata su due binari da Hitler, più interessato di Mussolini o Stalin a quanto facessero cubisti, dadaisti e futuristi. Da una parte, il Terzo Reich cercava di distruggere ogni traccia delle opere classificate come «degenerate» (la cosiddetta «Entartete Kunst»); dall'altra, saccheggiava case e musei, a scopi anche privati, per abbellire le residenze dei gerarchi. Lo dimostra il «Dossier Gurlitt», rivelato nel film di Poli, il quale fa testimoniare Meike Hoffmann, esperta d'arte degenerata e autrice de «Il mercante d'arte di Hitler» (Newton Compton). Veniamo così a conoscere la storia del ritrovamento artistico più importante del millennio, che coincide con quella di Cornelius Gurlitt. L'ottantenne tedesco che nel 2010, in treno per Monaco, venne fermato dalla polizia per un controllo: nel fodero della giacca aveva cuciti 9.000 euro in contanti. Troppi, per un pensionato. Le indagini scoprirono che quel vecchio custodiva nella sua casa di Monaco, tra barattoli vuoti e immondizia, oltre 2000 capolavori di ogni epoca: Canaletto, Picasso, Matisse, Franz Marc, Kokoshka e numerosi altri, ufficialmente scomparsi nel bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945, accatastati dal pavimento al soffitto. Si trattava dell'eredità del padre Hildebrand Gurlitt, il mercante d'arte al servizio del Fuehrer e uomo-chiave per le requisizioni delle opere degli artisti non ariani. Un semplice curatore di mostre, comunista ed ebreo per un quarto, che all'ombra della croce uncinata divenne uno dei collaboratori più intimi di Hitler e uno dei maggiori mercanti d'arte nei territori occupati. Gli ultimi prigionieri della Seconda guerra mondiale sono dunque queste tele importanti, affidate al Museo d'arte di Berna, che finora ne ha riassegnate solamente due.

Hitler contro Picasso e gli altri, tra l'altro fa il punto sulla questione dei ri-assegnamenti (ne parlò, nel 2015, il film Woman in Gold di Simon Curtis, con Helen Mirren in lotta per un Klimt appartenuto alla sua famiglia), tramite la gallerista parigina Elizabeth Royer.

Mentre Jean-Marc Dreyfus, curatore del «Catalogo Goering» (Flammarion, prefazione del ministro degli Esteri Laurent Fabius, la cui famiglia fu depredata dai nazi) parla dell'avidità del «bue ciccione che arraffava quattrini e decorazioni» (così Galeazzo Ciano), senza disdegnare pezzi scelti dei baroni Rothschild. Una storia di avidità, di miliardi, di bellezza e di dolore, che coinvolse molti antiquari italiani, soprattutto fiorentini. Un altro aspetto della Shoah, che ora riemerge.

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