Lucherini, creatore delle star. "Devo tutto a Sylva Koscina"

In "C'era questo, c'era quello" svela i segreti del cinema italiano. "Lei era svenuta e mi disse: chiama i fotografi"

Adesso i presunti vip si mettono in scena online, un selfie dietro l'altro, anche seduti sulla ceramica a documentare il proprio Covid. Dei fotografi non hanno bisogno, figurarsi dell'ufficio stampa. Magari fanno notizia-lampo con un bebè, un coming-out, l'ennesimo matrimonio: roba dozzinale, che dura da Natale a Santo Stefano. Ma prima dell'appiattimento come regola sociale ed estetica; prima della caduta agli inferi della noia senza vere star, lui c'era. E dettava legge. Anzi, inventava i codici di quello stardom italiano morto e sepolto, in nome dell'uno vale uno. Tanto che la Treccani ha inserito, d'ufficio, il termine «lucherinate» tra le sue voci: vuol dire che fa storia. È Enrico Lucherini, romano classe 1932, l'inventore di strategie promozionali, genere fake news, ovvero bufale divertenti e mezze sòle al sapor di fregatura brillante, create per far abboccare i giornalisti, categoria che di turlupini se ne intende. E avere un bel titolo sui giornali, quando contavano qualcosa. Strategie di marketing? Macché. Scherzi, beffe e paparazzi, piuttosto. Bei tempi, politicamente scorretti. Quando si poteva buttare un'attrice in piscina, per avere l'effetto maglietta bagnata o dare fuoco alla sua parrucca, per attirare l'attenzione. L'Italia del dopoguerra si arricchiva, i governi non spargevano disperazione e c'era il tempo di farsi due risate, tra rotocalchi rosa e anteprime di film come La dolce vita.

Il presente è ancora lo studio ai Parioli, che papà Lucherini regalò al figlio scapestrato: invece di studiare medicina, Enrico ritagliava le foto delle dive, incollandole su un'agenda. Però le stanze sono vuote: la squadra di Lucherini oggi lavora da remoto per Netflix, re dello streaming. E lui, dinoccolato e magro, dolcemente svagato mentre fuma come una ciminiera, racconta in esclusiva al Giornale del suo spettacolo teatrale C'era questo, c'era quello, al teatro romano Off Off da gennaio: biglietti esauriti. «Racconterò quello che succedeva nei camerini e dietro le quinte. Tanto, chi mi farà causa, alla mia età?», dice, specificando che il termine «lucherinate» non gli piace. Sul palco, lui narra, per dire, le borsettate tra Eleonora Giorgi e Ornella Muti all'epoca della loro rivalità mentre, dietro, scorrono foto e documenti di quanto afferma. Tanto per non farsi smentire. «Come faceva Renzi con le slides», ridacchia. Dentro, è rimasto un ragazzaccio naif. Come quando, a casa di Michelangelo Antonioni, sulla Collina Fleming, ebbe uno strano approccio con lui e la sua musa, Monica Vitti. «Già lavoravo per Fellini e Visconti, mi chiamavano tutti. Tranne Antonioni. Che gioia quando mi convocò a casa sua, per farmi promuovere Deserto rosso. Ma mentre parlavamo, la Vitti, rapita, si alza dal divano, avviandosi verso il pianoforte a coda. Prende ad accarezzarlo, dicendo: Mi parla, mi parla. Antonioni la raggiunge e fa: Parla, sì, parla. Ed io: E che dice?. Calò il gelo e me ne andai, senza copione». Da giovane, non sapeva trattare ma aveva un certo tempismo. Del resto, il mestiere del press-agent l'ha inventato lui a fine anni Cinquanta, spinto dall'attrice teatrale Rossella Falk, con la cui Compagnia dei Giovani (Falk-De Lullo-Albani) girava il Sudamerica, un po' lanciando gli spettacoli, un po' facendo l'attore «che recitava come un cane che abbaia». E quando Zeffirelli, da regista, gli affida il lancio della commedia di Arthur Miller Dopo la caduta, con la Vitti e Giorgio Albertazzi in scena all'Eliseo, si precipita all'Hotel Excelsior, a consultare arrivi&partenze: a Roma passa Ava Gardner, bisogna invitarla. E piazzarla al centro della platea. «Lei viene dall'albergo già col bicchiere di whiskey in mano. Beveva come una spugna. Poco dopo l'inizio dello spettacolo, fa alzare tutti e se ne va. Non capisco niente, mi annoio, farfuglia. Quindici cronisti assatanati si precipitano da me, che intanto l'ho messa su un taxi e m'invento che Ava, amica di Marilyn Monroe, troppo commossa dalla recitazione della Vitti, ha preferito andarsene. In lacrime. Il giorno dopo, tutti titolavano su questo».

Co-autore della dolce vita, che si svolgeva a via Veneto «al Café de Paris Gassman, Flaiano e De Feo, da Doney Visconti, Rosi e Rossella Falk» - una volta sente una tamponata. «Corro e vedo Sylva Koscina, mezza svenuta sul sedile d'una macchina. Sylva, chiamo l'ambulanza?, faccio io e lei: Che sei pazzo? Chiama i fotografi!. Lì capii tutto», rivela. Cominciava il glamour dei Sessanta, si poteva giocare. E osare. Come quando, sul set di Sepolta viva, Lucherini spinge Agostina Belli in una piscina degli studi De Paolis: i fotografi immortalano il vestitino bagnato di lei ed è ode alla seduzione. E la solita ambulanza, col giornalista a bordo, mentre alla Belli fanno un'iniezione di Valium... «Ma appena vidi Sandra Milo con un parruccone, sul set di Vanina Vanini, mi sono detto: Questa la incendio!. Mi serviva la mano del regista Rossellini, per avvicinare a un candelabro la testa della Milo e la forza di Laurent Terzieff per spingerla. Risultato: una testa che prendeva fuoco, foto magnifiche. La verità è che ho riso per quarant'anni».

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