Marcello Barlocco, il Ligabue delle lettere che manda matti i critici e il canone

Tornano i racconti (con aforismi inediti) di un «folle» incantatore della scrittura

Tocca scombinare il canone. A spallate, tra i rarissimi campioni del racconto, l'oreficeria della narrativa, tra Dino Buzzati e Tommaso Landolfi, Italo Calvino e Goffredo Parise, bisogna radicare, per eccesso di genio, Marcello Barlocco (1910-1972). Esempio. Le mani. Incipit chirurgico («In un certo momento cominciarono a percuotersi furiosamente, fra di loro, come due assurdi mostri a cinque punte»), storia che fonde l'incubo di Poe ai rebus di Pirandello. Un tizio ha gli arti che vivono di vita propria. Decide, dopo anni di tormenti, di mozzare quelle bestiali escrescenze. Le piazza sui binari e lascia che il treno le divori. Monco, mezzo dissanguato, il nostro eroe è felice, finché... «laggiù in fondo alla stanza, nel chiarore lunare, intravidi muoversi due cose biancastre...». Il finale lo velo, leggetelo. D'altronde, Un negro voleva Iole pare Herman Melville sul set de La dolce vita, un racconto marinaro su quinta felliniana, con ouverture d'antologia: «Tra una foca e l'adolescente negro c'erano parecchi punti di contatto: la rudimentale intelligenza, la testa piccola e sferica e soprattutto un forte odore di pesce marcio. Per questo la ciurma oltre che Negro porcaccione, lo chiamava anche foca». Questa storia, probabilmente, sgorga dalla giovinezza di Barlocco, genovese, classe 1910, spavaldo e fascinoso, a giudicare lo scarno repertorio fotografico rampollo di una famiglia di farmacisti. Il ragazzo, appunto, nato strano, fu spedito a fare il mozzo, a farsi i muscoli in mare. Pare che l'esperienza l'abbia segnato e schifato ma tutto, va detto, della vita di Barlocco è alonato di leggenda, di non detto e di nonsense. Il carisma letterario di Barlocco arriva rapace, inattuale e inavvertito: nel 1950 le Edizioni Pagine Nuove di Roma pubblicano I racconti del babbuino, proposti al Premio Viareggio; nel 1952 le edizioni Ala stampano in forma quasi clandestina Veronica, i gaspi e monsignore, poi riedito da La cartaccia nel 1964 e da Greco&Greco nel 2005.

Pareva una specie di rude Ligabue, Barlocco, uno scrittore nel fango, un lanciatore di coltelli nella cristalleria dei letterati italici. Ne Il figlio cocoruomo, per dire, Barlocco racconta lo stralunato incrocio tra un uomo e una cocorita acquistata «fra le baracche del mercato di Aden». «Il figlio cocoruomo aveva due occhietti cisposi, sì, ma dolci ed io in seguito gli volli così bene da non potere più vivere senza di lui», ci avvisa il narratore, costretto, dalla cocorita, a uccidere la bestia mostruosa. In Barlocco non c'è barlume d'umorismo: la filosofia che distingue il protagonista «Il normale, l'assurdo, il bene, il male, il piacere, il dolore si fusero nel nulla» è la sua. Soltanto Carmelo Bene ne benedì il talento. Nel 1961 portò al Duse di Genova Tre atti unici tratti da «un folle straordinario detto Marcello Barlocco» (così racconta in Sono apparso alla Madonna). Era già successo di tutto, nel frattempo. Barlocco, il Pinocchio del '900, si diede a fare della propria vita una teatrale gaffe. Reclutato dalla malavita genovese per raffinare la droga complice la laurea in farmacia, per effetto famigliare , fu messo in carcere nel 1958. Del caso, esilarante, parlarono i giornali. La Nuova Stampa titolone: «Si è costituito il chimico dei trafficanti di droga» scrisse che «Il dott. Marcello Barlocco, di 45 anni, indiziato come il chimico della banda degli spacciatori di stupefacenti, sgominata negli scorsi giorni dai carabinieri genovesi, si è costituito alla polizia di Milano... Egli appartiene a una distinta famiglia genovese, dalla quale negli anni del dopoguerra si era staccato a causa della sua esistenza movimentata e avventurosa. Egli non aveva mai esercitato una definitiva professione e cercava di guadagnare qualcosa collaborando a giornali, quotidiani e riviste. I suoi articoli e le sue novelle erano abbastanza apprezzati». Da macabro film di terza fascia il concetto che segue: «Egli scrisse pure dei libri». Il chimico, malavitoso, avventuriero, scrittore finì al manicomio giudiziario di Reggio Emilia. Tornato in libertà, nel 1961, accusò «otto persone di averlo sottoposto, in manicomio, a incredibili esperimenti di imbalsamazione vivente che gli avrebbero mineralizzato l'organismo» (così La Stampa, 1° marzo 1961). Nella fotografia che adorna l'articolo, Barlocco ha la fronte enorme, l'espressione oscura, gli occhi folli.

Ora la casa editrice Giometti&Antonello, perseguendo la propria missione nel pubblicare «gli incollocabili, gli inappartenenti», inappetibili al sistema letterario vincente, stampa col titolo Un negro voleva Iole (pagg. 160, euro 22,00) una selezione di racconti di Barlocco e un nugolo di aforismi inediti, corrosivi («Molti animali inferiori, specialmente i vermi, putrefacendosi emettono una piccola luce; gli uomini invece puzzano»). Spesso si setacciano i beati matti per far cassa: Barlocco, semplicemente, è uno scrittore di genio. Fategli spazio, datemi retta, è ora di squassare il canone.

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