Margaret Atwood e il sottile piacere di giocare con le parole

In "Tric trac trio" la grande autrice canadese ha raccolto tre storie in cui i giovanissimi protagonisti scoprono la magia della lingua. E la sua musica

Margaret Atwood e il sottile piacere di giocare con le parole. Come fanno i bambini

Marbella era una magra monella con una chioma voluminosa e malinconici occhi marroni. Un malaugurato martedì o mercoledì, quand'era una minuscola marmocchia, un mulinante e micidiale vento di maestrale aveva menato mille miglia lontano, per una maligna malia, i suoi magnanimi e meritevoli genitori, la mamma modista e il mite papà macellaio.

Molto molto giù di morale la povera mammoletta, sperimentando una grande mancanza, manifestava malinconia misurando a grandi passi la stanza. Marbella indossava un maglione di lana merino molto consumato e decisamente smisurato, mentre meditava sul modo migliore per combattere quella maligna malia.

«Oh me misera! Oh me meschina!» lamentava tra sé la bambina. «Potrò mai riunirmi ai miei magnanimi e meritevoli genitori?»

Una mattina vide il primo di molti manifesti: MILIONARIA MERCEDE METTENDO LE MANI SU MAGO MERLANO! MANEGGIA VENTI MICIDIALI E COMPIE MOLTEPLICI MALEFICI

«Oh meraviglia!» esclamò impressionata Marbella. «Magari non fosse un miraggio!»

Quando moriva di fame, Marbella si metteva prossima a un micragnoso banchino del mercato che smerciava manicaretti talmente immangiabili che in meno di un minuto i malaugurati e malcapitati compratori smettevano di mangiare, e la meschina trovava nella mondezza molto da masticare.

Un mezzogiorno, mentre mangiucchiava un muffoso manicaretto, Marbella udì un mesto mugolio, proveniente da un magro animaletto.

«Me ne daresti un morso?» domandò quest'ultimo alla bimba mendicando.

«Sei una moffetta?» domandò con entusiasmo Marbella, che aveva sentito menzionare quel nome e lo trovava ammaliante.

«Modestamente» affermò l'animale, «sono una marmotta».

«Ma a mia memoria le marmotte mangiano semi e lumache e vermi e molluschi e minuzze di legno, non maccheroni e salamelle» argomentò meditabonda Marbella.

«Non c'è molta dissimiglianza» proclamò mesta la marmotta.

«Accomodati». Mossa a compassione, Marbella omaggiò la marmotta di metà dei suoi maccheroni muffiti e di una malandata salamella.

«Mmm, non è poi così male!» esclamò l'animaletto masticando avidamente.

«Allontaniamoci, è meglio» mormorò Marbella alla marmotta, temendo che il commerciante li menasse perché mancavano di compensarlo per i suoi muffosi alimenti.

«Ma le marmotte non dimorano in montagna? Come mai mendichi nella metropoli?» domandò Marbella mentre si mettevano insieme in cammino.

«Una mattina, mirando a migliorare la mia alimentazione con magnifici vermi, mi infilo nei meandri di una tana di mangusta per ampliarla, ma mi imbatto in un assembramento di lupi marsicani e immediatamente - ma comunque non prima di aver memorizzato il loro motto di riconoscimento - me la do a gambe moccolando. Mi metto allora in marcia verso la metropoli, col miraggio di migliorare la mia vita e di ammirare un po' di mondo ma, me meschino, devo ammettere che il mondo è pieno di macchine e motori, di melma e di rumori, di monelli e mulinelli, quando non di malfattori».

«Tu sei un vero menestrello e sei amabile e morbidoso » ammise Marbella, mentre da bravi amici si sistemavano dietro una montagnola di documenti dismessi, rimandando il cammino a migliori condizioni meteorologiche. «Ti chiamerò Morbidillo, o meglio Millo».

«Mmm, mi piace molto!» esclamò la marmotta, immergendosi come in un mantello nello smisurato e molto consumato maglione di lana merino della bimba.

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