Basterebbe soltanto leggersi la (loro) storia. In poco più di dieci anni i Club Dogo sono diventati capiscuola del rap italiano. Scrivono rime da far paura, cattive talvolta e spesso azzeccate, brucianti. E stavolta, ascoltando il loro nuovo album Noi siamo il club, che esce oggi, ci hanno aggiunto anche musica vera, suonata da una band, mica solo campionamenti o loop o scratch. «Ma siamo sempre gli stessi e tutto sommato non neppure siamo cattivi», spiegano loro tre, ossia Don Joe, Guè Pequeno e Jake La Furia, che non si sovrappongo mai quando parlano, vivono allapparenza ciascuno in un modo a sé, ma tutti insieme sono autentici cronisti dellattualità più efficaci di tanti giornalisti. Forse per questo lintroduzione del disco è affidata, quella che si ascolta nel pezzo Meno felici ma più furbi, a Carlo Lucarelli, uno che sa raccontare senza troppo fronzoli: «Siamo suoi fan e lui ci ha detto subito di sì». Non è stato lunico. Va bene che i dischi rap sono spesso crocevia di tante collaborazioni, ma qui si non si bada alle mezze misure: da Marracash a JAx passando per Giuliano Palma, Power Francers fino a Ensi fresco vincitore di Spit su Mtv, tra i quindici brani si trova davvero unantologia della canzone italiana.
Cè persino Il Cile, non certo uno che taspetti in un disco di rap: «E difatti neanche noi credevamo accettasse: sai i cantautori sono sempre stati lontani dal mondo hip hop e quindi pensavo che ci snobbasse. Invece ha accettato con entusiasmo». In fondo non è stato proprio De Gregori a dire che i rapper sono i nuovi cantautori? «Era ora che qualcuno se ne accorgesse». Di certo il mondo di Club Dogo, fatto di violenza verbale e spesso anche culturale, di attacchi feroci ai luoghi comuni e di ritratti irriverenti, è ben lontano dallallineamento ideologico di tanto cantautorato: «Abbiamo cantato spesso di politica e naturalmente abbiamo le nostre idee. Ma a questo giro non avevamo voglia di parlarne.
Da Marracash a Lucarelli, nel nuovo cd parata di ospiti
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