Masaniello? Rivoltoso sì. Ma non rozzo populista

Un saggio rilegge la figura dell'«agitatore» napoletano Che seppe unire la plebe arrabbiata al popolino

Il linguaggio non è indifferente allo spirito del tempo e così ogni parola può subire continue semplificazioni e distorsioni. Non raramente, utilizziamo termini senza preoccuparci del loro corretto significato e, spesso, distanti anni luce dalla loro genesi originale. L'esempio classico riguarda la declinazione di concetti quali «machiavellico» o «machiavellismo» di cui, con largo anticipo, ne aveva intuite le derive il disincantato Giuseppe Prezzolini: «Nacquero tanti Machiavelli: quello dei Gesuiti, quello dei patrioti, quello dei filosofi, quello degli enciclopedisti, quello dei protestanti e dei cattolici, quello dei letterati».

Nel corso dei secoli il ricorso all'analogia è stato il procedimento più esplorato ma soprattutto una quasi naturale degenerazione verso gli «ismi» di ogni forma o provenienza. Una simile deriva ha subito la biografia di Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello (Napoli, 1620 Napoli, 1647), certamente complicata ed enigmatica, ma frutto di un fraintendimento storico e perciò di un utilizzo sbagliato. Ne scrive in un bel libro Aurelio Musi, Masaniello. Il masaniellismo e la degradazione di un mito (Rubbettino, pagg. 144, euro 14) svelando ciò che immaginavamo da tempo. Masaniello non fu solo il rozzo pescivendolo ma «svolse, sia pure per pochi giorni, una funzione di ponte di unione, di sintesi tra le rivendicazioni antifiscali e antinobiliari del popolo strutturato, mercanti, artigiani, avvocati, piccoli magistrati, ecc., e quelle della plebe povera». Eppure, nella trappola ci sono caduti in molti: Oliver Cromwell, Spinoza, Marat. Al tempo della Prima Repubblica vi fu pure chi lo associò al potente ministro Paolo Cirino Pomicino. In questa comparazione c'è però un difetto d'origine. C'è chi infatti rivede in lui lo stereotipo del napoletano straccione, «tutto istinto e niente cervello, disponibile e sempre disposto all'ammuina» e quindi lo ricaccia in un limbo riprovevole. Non a caso se Liberazione, il quotidiano della defunta Rifondazione comunista, lo riteneva «modello positivo e affascinante di rivoluzionario barocco», il Manifesto lo assimilava a un capo camorrista, capostipite della moderna figura del boss criminale.

Tuttavia Musi dimostra quanta poca correlazione possa essere fatta tra il rivoltoso napoletano e talune vicende contemporanee. Masaniello non sarebbe un meccanico riproduttore di volontà esterne ma, seppur per brevissimo tempo, l'anello di congiunzione tra la plebe povera non organizzata e il pueblo inferior organizzato nella arti e nelle corporazioni. Un merito storico raramente riconosciutogli, e poi storpiato e mitizzato per divenire metafora di ogni capopopolo. E il punto è proprio questo, perché da Masaniello siamo passati al «masaniellismo» che, nel linguaggio della comunicazione web e dei social, assume invece le caratteristiche dell'odierno populismo.

Leggendola da questa prospettiva Musi può allora rintracciare correlazioni e intravederle in non poche figure. Virginia Raggi che appena eletta dichiara con piglio altisonante, «stiamo riscrivendo la storia», o Chiara Appendino che esterna tutta la sua euforia decrittando la sua elezione come «la seconda liberazione della città», ne sono espliciti esempi. Ma chi più di tutti rappresenta la degradazione a stereotipo è Luigi de Magistris, colui il quale per anni ha incitato al «facimm' ammuina» e allo «scassiamo tutto», cercando un rapporto diretto con il popolo (elemento, per certi versi, legittimo) nonostante la sua politica fosse priva di un obiettivo di lungo respiro. E infatti, quando il suo masaniellismo deflagra nell'ennesima disfatta e la realtà gli chiede il conto, fa finta di ritirarsi annunciando al mondo: «Masaniello non c'è più».

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