"The Mauritanian" racconta il triste record del recluso più torturato a Guantánamo

Nel cast anche Jodie Foster, premiata per il ruolo di avvocato difensore

"The Mauritanian" racconta il triste record del recluso più torturato a Guantánamo

Entrare nella storia è il sogno di tanti, ma nessuno vorrebbe fare cambio con Mohamedou Ould Slahi che un posto se lo è sì ritagliato, ma per un record da far rabbrividire. Il mauritano Slahi, infatti, è considerato l'uomo più torturato della prigione di Guantánamo, con l'aggravante di essere stato sottoposto a queste abominevoli violazioni dei diritti umani senza essere accusato formalmente di alcun crimine da parte degli Stati Uniti. Immaginate l'incubo di un uomo innocente, costretto a restare prigioniero, in quel di Cuba, per 14 anni, privato di ogni dignità umana e contatti con la famiglia.

Una storia simile non poteva che arrivare al cinema, terreno dove gli Usa hanno deciso di espiare molte proprie colpe passate, autodenunciandosi. Ne è nato The Mauritanian, che presto vedremo in Italia direttamente su Amazon Prime Video e che è valso a Jodie Foster il premio (meritato?) come miglior attrice ai recenti Golden Globes. «Non mi sarei mai aspettata di essere qui di nuovo», ha dichiarato la Foster che interpreta l'avvocatessa che è riuscita a ridare la libertà al povero Slahi. Il film è basato sul libro di memorie, bestseller del 2015, Guantánamo Diary, scritto da Mohamedou durante la prigionia, non senza difficoltà. Ogni volta, infatti, che l'uomo aggiungeva pagine alle sue memorie, queste venivano secretate: per anni i suoi legali hanno cercato di ottenere il manoscritto di 466 pagine e, quando ci sono riusciti, si sono visti consegnare un testo talmente censurato da avere intere pagine completamente oscurate.

Il film, diretto (non benissimo) da Kevin Macdonald, parte proprio dall'arresto di Slahi, avvenuto nel 2002, in Mauritania, perché sospettato di aver reclutato gli attentatori dell'11 settembre, con trasferimento a Guantánamo Bay. Con quali prove? Solo supposizioni dei servizi segreti degli Stati Uniti sul ruolo di prim'ordine per la strage avvenuta al World Trade Center. Passano i mesi, gli anni e, dalle parole, si passa alle vie di fatto. Iniziano le torture fisiche e psicologiche: Slahi viene privato del sonno con musica a tutto volume, minacciato di morte (mamma compresa), portato in mezzo al mare per fingerne l'esecuzione, umiliato sessualmente, pestato, lasciato al freddo, immerso nell'acqua. Slahi, distrutto, decide, per interrompere lo stillicidio di violenza, di confessare ciò che non aveva fatto, supplicando, in cambio, un commovente «ora posso dormire?».

E qui entra in gioco l'avvocato difensore Nancy Hollander (Jodie Foster) che decide di prendere in mano, gratuitamente, un caso che nessuno voleva e di sfidare il procuratore inviato dai militari, Stuart Couch (bravissimo Benedict Cumberbatch), in cerca di una condanna esemplare per rendere giustizia a un amico morto nell'attacco alle Torri Gemelle. Nancy è affiancata dalla giovane Teri Duncan, cui presta il volto l'impalpabile Shailene Woodley, sovrastata dalla Foster. Per il ruolo di Slahi, invece, azzeccata la scelta di Tahar Rahim, capace di lasciarti sempre il dubbio se sia realmente colpevole o totalmente innocente. La cosa pazzesca è che nel 2010 una corte federale ne ordinò la scarcerazione, ma l'amministrazione Obama si oppose ricorrendo in appello e costringendo Slahi ad altri sei anni di carcere.

Il film riesce solo in parte a emozionare, un vero delitto, con un simile materiale. La parte che riguarda la prigionia è resa drammaticamente impressionante dalla claustrofobica performance di Rahim, ma quando la trama vira al legal thriller si perde ogni stupore e provocazione, limitandosi al compitino apatico.

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