Nei meandri della pena tra diritto e filosofia

Diceva Simone Weil: «La mendicità in senso lato e l'atto penale sono forse le due cose più atroci di questa terra, due cose quasi infernali». Non è facile, infatti, trovare la ragione giuridica profonda della pena. È una di quelle questioni su cui la filosofia del diritto si arrovella da secoli, con buona pace dei giustizialisti e dei forcaioli. Per gli antichi il tema era forse più facile, anche se ci si scervellava lo stesso Socrate. Per i più la pena era una sorta di risarcimento per chi aveva subito il danno, la violenza. Faceva rima con vendetta. Ma può lo Stato fare vendetta in nome della vittima? E in che termini? Ecco allora nascere idee più moderne di pena. La pena come deterrenza, concetto già presente in Cesare Beccaria, e la pena come rieducazione del reo. Due idee che convergono nel moderno concetto di penalità come prevenzione positiva.

Ma anche così la pena ha continuato a destare gravi dubbi nei filosofi, basta leggere Friedrich Nietzsche che vede il rischio di trasformare la pena soltanto in «soddisfazione di poter scatenare senza alcuno scrupolo la propria potenza su un essere impotente». Sensazione a cui, se la pena è irrogata dallo Stato, non si associa più nemmeno il senso di colpa.

Su questi temi complessissimi svolge un'attenta ricognizione Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia dell'università di Padova, ne saggio Il colore dell'inferno. La pena tra vendetta e giustizia (Bollati Boringhieri, pagg. 222, euro 16). Parte dall'analisi della vendetta nella tragedia greca, di cui vera silloge concettuale è l'Orestea di Eschilo per passare attraverso il dibattito, nella Repubblica di Platone, attorno all'uomo che «è ingiusto se pretende più del dovuto» e dove però la giustizia sembra spesso mascherare l'invidia sociale del debole verso il forte. A seguire compie tutto il percorso sino alle porte della giurisprudenza moderna con particolare attenzione agli slittamenti di significato dei vari termini che nel corso del tempo sono stati utilizzati dai giuristi per descrivere: pena, colpa, delitto, vendetta, giudizio, giustizia, errore.

Il risultato è un testo dottissimo e non facile. Ma che apre al lettore un mondo e insinua il dubbio. E chi giudica, o dà ad altri il potere di giudicare e punire, dovrebbe sempre dubitare...

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