"La regina degli scacchi", l'imperdibile serie che intreccia genio e psicosi

L'affascinante storia di formazione di una giovane talentuosa della scacchiera. Un viaggio fatto di dipendenze, primi amori e lotta per scalare la classifica mondiale del gioco

La regina degli scacchi, mini-serie tratta dal romanzo The Gambet of Woman di Walter Tevis, debutta oggi su Netflix ed è l'evasione di qualità di cui c'è bisogno adesso.

Fine Anni 50. Beth Harmon (Anya Taylor-Joy) vive in un orfanotrofio del Kentucky e ha solo otto anni quando scopre di avere un talento incredibile per gli scacchi. Nello stesso periodo sviluppa un problema di dipendenza dai tranquillanti, somministrati quotidianamente nell'istituto ai bambini, che l'accompagnerà negli anni della crescita e della prima giovinezza. Partorita da un genio della matematica afflitto da turbe mentali, trova una figura di riferimento nella madre adottiva, Alma (Marielle Heller), casalinga col vizio dell'alcool. Le varie vicissitudini della vita e i reiterati comportamenti autodistruttivi non offuscheranno in Beth l'ambizione a diventare la più grande giocatrice di scacchi del mondo.

La regina degli scacchi si sviluppa in sette episodi (ognuno dei quali prende il nome da fasi o mosse tipiche del gioco) e declina la nota commistione di genio e sregolatezza negli alti e bassi che la protagonista vive dentro e fuori dal perimetro della scacchiera.

Osserviamo una timida ma coraggiosa adolescente diventare un'adulta complicata e glamour. Crescere per Beth va oltre la comune scoperta di sé: significa trovare strategie di adattamento per superare, il più possibile indenne, i diversi traumi che si succedono nei suoi giovani anni.

Affermarsi come campionessa non le dona solo l'autosufficienza, ma un'identità definita, un senso di controllo che non le appartiene nel turbolento privato. Decisa a imporsi in un mondo prettamente maschile, incontrerà avversari che, in alcuni casi, diverranno preziosi amici ed alleati, pronti a supportarla lungo la scalata della classifica mondiale, così come nella risalita dall'abisso della dipendenza. Resta difficile aiutare Beth: spezzare la catena che la lega all'uso smodato di farmaci, equivale per lei a perdere l'accesso a uno stato alterato di coscienza che, da sempre, sblocca il suo potenziale di gioco. Fin da bambina, infatti, le pastiglie hanno l'effetto di farle immaginare sul soffitto una scacchiera in cui, ad altissima velocità, scorrono tutte le mosse possibili secondo algoritmi matematici, fino a evidenziare quelle giuste.

Sette episodi possono sembrare troppi, sulla carta, se ricolmi delle partite disputate dalla nostra, ma è invece molto stimolante assistere a incontri disputati su un ring cerebrale. Si tratta di una narrazione sportiva a tutti gli effetti, appassionante e dinamica. Chi non conosce le regole degli scacchi, non le imparerà certo durante la visione, ma godrà ugualmente dell'eccitazione di un gioco che somiglia a una danza, di casella in casella, a ritmo di sinapsi.

La messa in scena in "La regina degli scacchi", d'impostazione rétro, ha nell'eleganza essenziale il suo appeal. Il rigore ha qui tante incarnazioni, da quella triste dell'orfanotrofio a quella moderna di un loft newyorkese, fino a quella dell'inverno russo, spezzato dai cappottini bon ton della protagonista.

Anya Taylor-Joy è magnetica nei panni della brillante e distaccata Beth. I primi piani sui suoi enormi occhi, i capelli rossi, gli outfit, tutto in lei è particolare e ipnotico.

Incarna una creatura straordinaria, nel bene e nel male. Una donna inquieta al punto da buttare all'aria tutto, in più occasioni, a un passo dalla vittoria, ma soprattutto una regina, resa tale dall'abnegazione al ruolo e dalla cordata di presenze pronte a sostenerla nella scacchiera dell'esistenza.

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