La pazzia del «cacciatore» Lo Presti

N egli ambienti di estrema destra Il cacciatore ricoperto di campanelli, romanzo breve di Giuseppe Lo Presti è stato trattato come un buon compagno di stanza. E chissà che figura nella sua edizione del 1990 uscita per Oscar Mondadori con prefazione di Aldo Busi! La biografia di Lo Presti morto neanche quarantenne nel 95 è forse la prima narrazione disponibile. Il giovane siciliano emigrato in Piemonte a causa del terremoto del Belice è noto ai più come estremista, rapinatore e ospite delle patrie galere. Esaurita da tempo, l'opera è uscita adesso per Stampa Alternativa in una edizione che comprende anche l'inedito Vittorino testa di bue e col titolo complessivo Il cacciatore. Due romanzi degli anni di piombo. Il tutto per la preziosa cura di Salvatore Mugno. Storie di disperazione, degrado morale e materiale. La vita è attacco all'arma bianca all'universo, si prosegue racimolando pietà. Così Mugno: per Lo Presti lo scrivere «era una questione di sopravvivenza interiore, psicologica e intellettuale, piuttosto che una chiave di affermazione sociale, di penetrazione nei salotti buoni della cultura e del potere. Scrivere, per l'autore del Cacciatore, significava imbrattarsi le mani e il cuore, compromettersi ancor di più che con la commissione di un delitto».Il cacciatore ricoperto di campanelli esalta l'uomo in una debole, ansiosa, indigente assolutezza che si autoconsuma tra libertà di pensiero e istinto per la distruzione. Lo Presti scrive per provare il dolore purissimo del sognatore; vive sulla pelle l'onere nietzscheano della condanna e dell'uomo da «superare». C'è tanto di siciliano in Lo Presti, nel suo tentavo di andare incontro alla vita, nella madre del protagonista, cioè il signor «B», che lo pretende incollato a un presente immutabile e che dispone la sua castità. A temperare animi che hanno ancora qualcosa di «borghese» una presunta pazzia diagnosticata da un kafkiano «dottor A». Un senso di minacciosa instabilità percorre le pagine del romanzo, un bilancio di vittime e afflizioni prive di religioso conforto. In Vittorino testa di bue la pazzia si svela quasi come fatto di cronaca. La religiosità si converte in immagini sacre da svilire così come la «spiritualità» dei ciarlatani. Un secondo romanzo che è storia di follie e sofferenze cui non è lecito sfuggire. «Avrete di certo capito da queste poche note scrive l'autore quanto la mia vita abbia assomigliato a una lunga tortura, per finire seppellito vivo da psichiatri folli e da parenti serpenti».Il manicomio è spazio per uomini che pazzi forse non lo sono ma che certamente lo saranno. Luogo perfetto dopo la famiglia: immaginatene una siciliana di un posto chiamato Petralia per arrendersi alla violenza della reazione. Vittorino è un giovane dalla testa molto grossa che per «cause ereditarie» qui come nel Cacciatore ricoperto di campanelli assistiamo alla morte della madre viene alloggiato in un istituto di cura. Ad attenderlo esseri privi di ragione preda di istinti animaleschi e medici-nemici manifestamente d'altra «razza» (perché non chiudere gli occhi e immaginare che si tratti di un romanzo Fantasy, con nani, streghe e maghi?). L'incontro scontro produrrà dei vincitori.L'interpretazione più plausibile? Al cuore della filosofia «della carne» di Lo Presti un prolungato grido di dolore causato da un rifiuto, da una conseguente brutalità familiare avvinghiata alla proibizione di esistere. In una lotta disperata contro il potere di chi decide come vivere, quando morire, la ribellione è ben poca cosa. L'immoderatezza ottiene solo violenza.

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