Il pop antivirus, stecche e banalità

Da Bono a Dylan, le star cantano brani. Non sempre all'altezza...

Tutti in casa appassionatamente. L'isolamento non sempre è assoluto: in fondo, chi ha famiglia qualche scambio reale continua ad averlo. Per chi, però, costruisce un'intera esistenza sull'adrenalinico rapporto con il pubblico, seppur mediato dalla barriera quasi invalicabile del palco, starsene con le mani in mano, lontano dall'abbraccio dei fan, può risultare scomodo.

Non sono mai stato un convinto sostenitore dei grandi carrozzoni benefici del rock. Dunque, assistere al proliferare ormai pandemico dei video live registrati in casa da questa o quella rockstar e pure dall'oscuro musicista della porta accanto mi lascia perplesso. Non tanto per le ottime intenzioni espresse da chi li posta, quanto per la qualità dei contenuti.

Onde evitare fraintendimenti, analizziamola.

L'apripista della canzone antivirus, per lo meno tra i grandi nomi del panorama internazionale, parrebbe essere stato Bono. Il cantante degli U2, nel giorno di San Patrizio, ha postato un video su Instagram che lo ritrae al pianoforte nella sua villa sul mare, a pochi chilometri da Dublino, dichiarando di averla scritta circa un'ora prima. Si sente, perché la sua voce traballa non poco e i testi, certo non nella migliore tradizione dei grandi poeti irlandesi, sono scanditi a fatica. Forse, si era svegliato da poco. Let your love be known è il titolo provvisorio, accompagnato da una dedica a medici e infermieri in prima linea in Italia.

Le buone intenzioni non si discutono, meno che mai se il soggetto in questione è Jon Bon Jovi. Il suo impegno per i meno abbienti del New Jersey è noto: il cantante italoamericano ha investito ingenti fondi per costruire alloggi per i poveri e soprattutto per creare il JBJ Soulkitchen Community Restaurant, una tavola calda che dispensa pasti a chi non ha i soldi per mangiare. Per giunta, si è beccato insieme al figlio una forma lieve del virus. Ciò non toglie che il video del brano Do what you can, in cui esorta i fan a scrivere la canzone insieme a lui, mandandogli versi da aggiungere in tempo reale, non convince. Jon fatica a imbroccare i tre accordi sulla chitarra acustica e la sua voce mostra la corda.

Mentre il mondo della musica d'autore americana ha il fiato sospeso per le condizioni di salute di John Prine, vittima a sua volta del coronavirus, si moltiplicano i contributi online di musicisti che si lanciano nella canzone antivirus di turno, solitamente con risultati meno che eclatanti. Joan Baez canta, stonando di brutto, Imagine (non una scelta particolarmente geniale) di John Lennon.

Sheryl Crow, per non essere da meno, canta dal suo ranch, a sua volta, inciampando sugli accordi di un suo vecchio cavallo di battaglia. Meglio fa John Fogerty, leader dei Creedence Clearwater Revival, ma anche la sua esibizione, decisamente più coreografata e meno estemporanea, sa di stantio. Graham Nash balbetta sui tasti di un pianoforte. E che dire di Patti Smith che, insieme alla figlia Jesse, dedica un pensiero all'Italia? Il bel canto non è mai stato il suo forte.

Persino sua maestà Bob Dylan torna a farsi vivo con un pezzo di 17 minuti, Murder most foul, che in tanti si sono affrettati a definire il suo capolavoro definitivo e che io (dylaniano storico) ritengo una lagna senza confine. Il brano non c'entra nulla con il virus, ma, guarda caso, è stato pubblicato di questi tempi.

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