Il primo vero scrittore beatnik? Un giapponese di 120 anni fa

Noguchi raccontò il viaggio americano di una ragazza del Paese del Sol Levante. Rompendo ogni regola e tabù

Il primo vero scrittore beatnik? Un giapponese di 120 anni fa

Può darsi che abbia ragione Amy Sueyoshi. Può darsi che il Diario americano di una ragazza giapponese, datato 1901, sia il primo libro queer della letteratura nippo-americana. Ricordando che queer sta per «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone», è certo che Amy Sueyoshi, nel titolo del suo saggio in questione, Miss Morning Glory: Orientalism and Misogyny in the Queer Writings of Yone Noguchi, ha messo una parola di troppo: «misogyny». Perché Yone Noguchi (1875-1947) sarà anche stato omosessuale, come mostrano i suoi messaggi allo scrittore statunitense Charles Warren Stoddard, di quasi trent'anni maggiore di lui, ma non odiava le donne, al contrario. Di uomini omosessuali che non odiano le donne, per fortuna di tutti oggi se ne contano a milioni, e se ne contavano anche 120 anni fa, quando Yone Noguchi si travestì da Asagao, cioè, tradotto in inglese, appunto da Morning Glory.

Si può dire che Yone Noguchi fu «sessualmente, etnicamente e socialmente eccentrico» per tutta la vita. Del versante sessuale abbiamo accennato, e aggiungiamo, pur se fuori tema, almeno tre amori etero, due americane - con una ebbe un figlio - e una giapponese. Quanto a quello etnico, no, lui non era tecnicamente un meticcio, essendo 100% Made in Japan, eppure lo era dal punto di vista culturale. Infatti a 18 anni voltò le spalle alla laurea che lo attendeva all'università Keio di Tokyo e salpò per San Francisco. Poi sarà, a più riprese, a Chicago, New York, Londra, in un decennio intensissimo, fra incontri culturali ed esperienze on the road. Socialmente, infine, il Nostro fu una specie di beatnik in anticipo di sessant'anni. Dice nella Prefazione alla sua raccolta di haiku scritti in inglese, uscita nel 1920 a Boston e nel '91 pubblicata da Lanfranchi con il titolo Diecimila foglie vaganti nell'aria: «Non dimenticai di portare con me in America l'antologia di haiku di Basho, Buson e di alcuni altri poeti, anche quando feci, per così dire, vita da vagabondo fra il 1896 e il 1898, attraverso i campi della California pieni di ranuncoli, o in montagna, dove i cipressi invitavano la mia anima a spiccare il volo. (...) Quando, in seguito, lasciai il Pacifico per recarmi nelle città dell'Est, costruite dalla tecnologia e dai macchinari moderni, pensai immediatamente di aver perso il segreto per capire la poesia degli haiku, nati in Giappone, insignificanti come uno stagno sulle rive di un lago e irresponsabili come una libellula».

Ed ecco dunque sbocciare in inglese, all'alba del Ventesimo secolo, dalla penna di Yone Noguchi il tenero fiore di una fanciulla giapponese, guarda caso diciottenne, la quale guarda caso sbarca a San Francisco... E scrive il Diario americano di una ragazza giapponese, ora proposto per la prima volta in italiano (Elliot edizioni, pagg. 215, euro 17,50, traduzione di Federico Lopiparo). Non era la prima volta che un autore maschio giapponese si fingeva femmina in un testo di genere diaristico con molteplici riferimenti autobiografici. Lo aveva fatto, quasi mille anni prima, Ki no Tsurayuki nel Diario di Tosa. Ma qui cambiano, oltre alla location, la lingua, il tono e, soprattutto, lo scopo. Yone Noguchi scrive per mostrare agli americani che cosa sono i giapponesi e per mostrare ai giapponesi che cosa sono gli americani. Si fa interprete nel doppio significato di traduttore e di personaggio.

Accompagnata dallo zio, a sua volta già occidentalizzato («Si è laureato a Yale nel 1884 e occupa l'importante posto di segretario capo della Compagnia mineraria giapponese, da cui ha ottenuto un congedo di un anno»), Asagao, che ama i quadri di Dante Gabriel Rossetti e ha letto I mangiatori di loto di Alfred Tennyson, si è preparata per bene alla grande avventura: scarpe con tacchi alti, cappello con piume di struzzo, corsetto, capelli a coda di cavallo, spilla di corallo (certo, se fosse davvero un uomo sarebbe il trionfo del queer). Conosce una verità che è tale ovunque: «La donna è schiava della bellezza». Ma sa che le giapponesi sono più schiave delle americane: «Non mi sono mai sentita così oltraggiata come quando sono stata chiesta in sposa da uno sconosciuto. Nessun uomo orientale può dirsi civilizzato, su questo non c'è alcun dubbio». Nel cielo inquinato di San Francisco vede «un drago di fumo», passeggiando è colpita dagli «orribili negri», confronta la sua bellezza con quella di Ada, figlia di un banchiere («Lei è il chiaro splendore del sole primaverile, io i raggi dorati della luna d'autunno. Vivacità da una parte, dolcezza dall'altra»), prima di «rotolare felici sul pavimento nei nostri abiti licenziosi». E incomincia a sognare un uomo americano: «Un marito americano me lo immagino premuroso come un elenco telefonico o come un dizionario».

Ma il primo che le capita a tiro è... un vescovo che le regala una Bibbia. E al quale dice: «A mio modo di vedere, il cristianesimo è il sole, mentre il buddhismo è la luna. Il sole è giorno e vita, la luna notte e riposo. Come si può vivere senza il sole? La luna è poesia». È anche un po' filosofa, questa musume: «I Merikenjin devono imparare la somma arte del nascondere», cioè devono imparare a essere giapponesi quanto basta. Il secondo uomo che entra in scena sembra promettere meglio. È un pittore, e le fa un ritratto. Ma, dopo il ritorno da Los Angeles, nel Diario viene declassato, da potenziale amante, a pretesto per riflessioni da donna vissuta: «L'intelligenza - gli scrive - è di sicuro il tuo maggior difetto. Sono finiti i tempi in cui alle donne piacevano i tipi brillanti. Non lo sai che le ragazze moderne corteggiano gli sciocchi?».

Asagao alias Morning Glory alias Yone Noguchi flirta con l'America, ma stando sulle sue, senza darle troppa corda. E intanto non dimentica i difetti del Giappone visti da una donna. O da un uomo, incidentalmente omosessuale ma, quel che più conta, preoccupato da come è il suo Paese e da come viene visto altrove. «Nel dizionario delle ragazze giapponesi non esiste la parola No. Ma zio, ricordati sempre che nella mia testa c'è un No maiuscolo. Sono una rivoluzionaria, io». E, sul treno che la sta portando a New York: «Madama Butterfly è qui accanto a me che chiede di essere letto. No, iya, non ti aprirò mai! Ho sbagliato ad acquistarti ho detto. Non mi piace quel Madama. Come appellativo suona indecente da quando il signor Loti l'ha rovinato con la sua Madame Crisantemo».

Insomma, non risulta che nella vita di tutti i giorni Yone Noguchi fosse un crossdresser, cioè un travestito, ma gli stanno bene i panni del crosswriter, cioè di scrittore-equilibrista in bilico fra Oriente e Occidente.

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