A novant'anni Eastwood insegna ancora come diventare uomini

Produce, dirige e interpreta "Cry Macho": Una storia di formazione. Alla sua maniera

A novant'anni Eastwood insegna ancora come diventare uomini

A novant'anni, uno pensa all'anima. Tanto più in tempi di pandemia. Non Clint Eastwood, però, il novantenne più indaffarato del mondo, che infischiandosene del Covid-19 e della crisi del cinema, in questi giorni mette in piedi un altro film. Sarà l'ultimo? Non gliene importa. Né poteva scegliere un titolo più rappresentativo della sua filmografia lunga sessant'anni: Cry Macho. Non Ciao maschio, alla Ferreri, il quale nei Settanta del secolo scorso aveva capito che aria tirava, per gli uomini tallonati dalle femministe, ma due parole secche e riassuntive del Clint-pensiero. Tutt'altro che rassegnato: «Grida forte come un macho». Fatti sentire, maschio. Di' la tua, tra i cactus del Messico, dove si ambienta l'erigendo film.

Fosse l'ultima cosa che fa, dopo aver infilato un lavoro dietro l'altro, «Dirty Harry» si conferma leggenda vivente e icona pop con una storia foraggiata dalla Warner Bros. E prodotta dalla sua Malpaso Production, insieme al quasi coetaneo Al Ruddy e a Jessica Meier. La sceneggiatura è firmata da Nick Schenk, già autore di Gran Torino (2008), uno dei film più belli di Eastwood, e del recente The Mule. Il corriere (2018): in entrambi, Clint figurava come regista e protagonista. Schema che si ripete in Cry Macho, ispirato dall'omonimo romanzo di N. Richard Nash, autore morto nel 2000, non senza aver messo mano alla sceneggiatura insieme a Schenk. Tale progetto, infatti, rimbalza da tempo a Hollywood: in pole position, all'inizio, c'era Arnold Schwarzenegger, che poi entrò in politica, diventando governatore della California. Doveva interpretare lui il ruolo centrale di Mike Milo, addestratore di cavalli ormai al tramonto ed ex-star dei rodei, che accetta i 50mila dollari d'ingaggio, da parte del suo ex-boss malavitoso, per riportargli il figlio Rafo. Un ragazzo fragile, che vive con la madre alcolizzata a Città del Messico e che va ricondotto in Texas, dal padre: deve diventare un uomo, non un femminuccia in balia di un'ubriacona.

Una storia di formazione, dunque, con i consueti buoni sentimenti eastwoodiani e, sostanzialmente, americani, però non ipocriti o melensi, che fanno da sfondo ai racconti cinematografici di Clint. Il quale pensava a Cry Macho dal 1988, però aveva dovuto girare il quinto e ultimo episodio dell'Ispettore Harry Callaghan, Scommessa con la morte, e tutto era scivolato a data da destinarsi. Nel frattempo il regista, attore e produttore noto per la rapidità con cui gira, ha consegnato vari film importanti, tra i quali i recenti The Mule, thriller dov'era un corriere della droga, e Richard Jewell, dramma sull'eroe delle Olimpiadi di Atalanta. Storie vere, realmente accadute, com'è nello stile di questo cantore dell'universo americano, basato su valori fondanti come la lealtà, l'amicizia, l'amore per il proprio paese, la voglia di riscatto. E infatti il giovane Rafo di Cry Macho, traversando i deserti a cavallo col suo anziano mentore, diventerà un uomo migliore, legandosi all'esperto Milo di un sentimento profondo, fra gratitudine e rispetto. Né mancano sfide e rodei, man mano che i due si avvicinano al Texas, forzando posti di blocco messicani. Se il libro di Nash è uscito nel 1975, Eastwood ambienta nel 1978 l'intera vicenda, quando i cartelli della droga, in Messico, non spadroneggiavano in modo tanto sfrontato come avviene oggi.

Naturalmente, le anime belle del politicamente corretto iniziano ad attaccare questo film, che dovrebbe vedere la luce il prossimo inverno. E in Rete si leggono commenti sul fatto che la produzione è rappresentata da uomini bianchi, senza neanche un latinoamericano a bordo. Non si gira forse in Messico? Fuori la quota relativa. L'industria del cinema mondiale è in crisi nera, ma se si muove un tesoro nazionale come Eastwood l'ala più estrema della «sensitivity culture» è pronta a dargli addosso. A partire da quel titolo, con «macho» dentro: quanto ego maschilista, quanta arroganza da uomo arcaico, che dovrebbe raccomandare l'anima a Dio e invece eccolo qua. A «trattare gli attori come cavalli», stando a Tom Hanks, il quale ancora ricorda, un po' con terrore, un po' con ammirazione, i modi spicci di Clint sul set di Sully (2009), dove Hanks impersonava il pilota Sullenberger, che precipitando col suo aereo nel fiume Hudson riuscì a trarre tutti in salvo, divenendo eroe nazionale: un'altra storia vera. Però il buon Tom, di recente infettato dal Covid-19, è rimasto impressionato da quell'esperienza. «A voce bassa bassa, Eastwood dice Azione!; invece di taglia!, dice ce n'è abbastanza. E tu ti senti un cavallo, che deve rientrare subito alla stalla».

Eppure, i tempi veloci di regia sono un marchio di fabbrica, per Clint, cinque volte Premio Oscar, sette nominations - da Mystic River a Lettere da Iwo Jima e American Sniper - e notevoli incassi al botteghino. «L'America ha bisogno del business del cinema e il business del cinema ha bisogno degli Stati Uniti», ripete il produttore Al Ruddy, al quale piacque la sedia vuota lasciata dall'amico Clint alla Convention dei Repubblicani. Inoltre, Eastwood non gira reboot, remake o franchise: fa i suoi film e basta. Prendere o lasciare. È un «macho geriatrico», come scrivono le femministe negli Usa? Sarà, ma per l'autore di San Francisco, bello che incartapecorito, non è ancora suonato il gong.

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