La proprietà privata è un frutto. Difendiamolo dai parassiti

Prelievo tributario e invasione della burocrazia insidiano i beni del cittadino. Le misure contro la deriva illiberale

La proprietà privata è un frutto. Difendiamolo dai parassiti

Da tempo, l'istituto della proprietà conosce una crisi profonda e le conseguenze di tutto questo sulla libertà di tutti noi sono evidenti. Nel corso del Novecento non soltanto il prelievo tributario è cresciuto grosso modo di cinque volte nell'intera Europa, ma oltre a ciò si è sviluppata una ragnatela di norme che ha progressivamente tolto la disponibilità dei beni ai legittimi titolari. Formalmente l'edificio o il terreno che possediamo sono ancora nostri, ma non è detto che li si possa usare come si vuole. Lo Stato è ormai il super-proprietario di ogni cosa e questo inibisce qualsiasi autonomia della società dal potere pubblico. Formalmente siamo liberi, ma nei fatti siamo alla mercé dei politici e delle burocrazie statali.

La quarta edizione del «Festival della cultura della libertà», organizzato a Piacenza tra il 24 e il 27 gennaio da Confedilizia e da altre realtà locali (grazie pure al sostegno del Giornale e del Foglio), focalizzerà l'attenzione proprio su tale tematica, che verrà presa in esame da vari punti di vista all'interno di un programma assai articolato, che sarà aperto e chiuso dall'avvocato Corrado Sforza Fogliani. Nella sua lectio magistralis Raimondo Cubeddu prenderà di petto proprio il nesso tra libertà e proprietà, che è al cuore di ogni prospettiva liberale consapevole, mentre nell'altra lectio Marcello Pera ricorderà l'importanza dell'istituto proprietario nella storia dell'Occidente.

Oltre che dotti interventi di taglio accademico, però, il festival offrirà pure occasioni di confronto e discussione strettamente legate all'attualità. Molto spazio sarà infatti dedicato al rapporto, nell'economia italiana, tra industria privata e conglomerati pubblici: e questo perché - a dispetto del fatto che se ne parli fin dagli anni Ottanta - davvero poco si è fatto sulla strada delle privatizzazioni dei colossi statali: basti pensare alle poste, alle ferrovie, alla sanità, al credito. E in particolare si focalizzerà l'attenzione sulla scuola, per rilevare - anche grazie alla presenza di suor Anna Monia Alfieri - quanto sia ingiusto discriminare l'istruzione libera: confessionale o laica che sia.

A Piacenza non si mancherà di rilevare come molti dei nostri mali affondino nella cultura politica che ha generato la carta costituzionale, nella quale si delinea un ordine sociale in cui la proprietà non è adeguatamente tutelata. La prima sessione del festival sarà proprio focalizzata sulla Costituzione, ma poi altri dibattiti riguarderanno la relazione tra «proprietà di sé» e biopolitica, il tema dei beni posseduti in maniera condivisa e - altra questione cruciale - la necessità di preservare la proprietà se si vuole offrire un orizzonte aperto all'imprenditoria e alla sua incessante creatività.

Una sessione richiamerà anche l'attenzione sulla maniera in cui alcuni grandi pensatori (da John Locke a Frédéric Bastiat, da Ayn Rand a Murray Rothbard) hanno posto al centro della riflessione la proprietà. In effetti, larga parte del pensiero liberale non è concepibile senza questo istituto giuridico, che delinea il diritto in quanto tale: dal momento che ciò che è altrui corrisponde a ciò di cui non posso disporre (quello che non posso fare), mentre ciò che è mio è ciò di cui dispongo legittimamente (quello che posso fare). Quando la proprietà è svuotata, è insomma il diritto stesso a entrare in crisi, perché finisce per imporsi la legge del più forte: la volontà arbitraria di chi dispone del monopolio della violenza, dell'imperio politico, della sovranità.

In questa epoca dominata da visioni illiberali che, da un lato, vorrebbero costruire poteri tecnocratici globali e che, dall'altro lato, intenderebbero riproporre logiche sovraniste di marca ottocentesca, un festival come quello di Piacenza partirà dalla persona proprietaria, dalla famiglia e dai suoi beni patrimoniali, da ciò che è di un condominio e/o di una comunità. E si chiederà, ricordando le parole di un grande giurista inglese come William Blackstone, se esistano davvero ragioni che possano legittimare l'azione arbitraria di un potere che espropria un suddito di quanto possiede: anche quando chi usa la forza evoca, a propria giustificazione, una nozione assai equivoca come è quella del «bene comune».

Non è un caso (e anche su questo si discuterà nel corso del festival) che in America la proprietà abbia storicamente goduto di uno status ben diverso, di una protezione più solida di quella di cui ha goduto in Europa, di ben più forti garanzie giuridiche. E questo perché ai Padri fondatori appariva chiaro che la libertà che volevano fondare non sarebbe resistita senza un deciso rispetto per quanto è altrui. Interrogarsi sulla proprietà, allora, significa prendere di petto l'insieme delle questioni attorno a cui ruota larga parte del dibattito pubblico, ora come nei decenni passati. Perché quando si equipara l'evasore fiscale al ladro, come spesso avviene, è chiaro che la premessa di un simile ragionamento è che i poteri pubblici avrebbero sempre il pieno diritto di disporre delle risorse dei cittadini: così che ogni resistenza di fronte a questa sottrazione sarebbe da considerarsi illegittima ed immorale.

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