Quando Morselli "vide" l'incontro fra Stalin e Pio XII

L'asserzione con cui si apre il Diario (24 maggio 1938), dice non poco di Guido Morselli (1912-73): «Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni». Lo si è scritto molte volte che Morselli, vista la sua vicenda umana, fosse l'autore per eccellenza postumo. Tecnicamente non è un errore. Di suo, quando era in vita, venne pubblicato poco e niente. Solo dopo il suicidio cominciarono a venire a galla stampati da Adelphi tutti i suoi libri, romanzi e saggi che lo hanno messo in una posizione privilegiata nella letteratura italiana del '900. Ma il punto è questo. Che Morselli non volle essere postumo, non era nelle sue intenzioni. O meglio: lo volle e non lo volle. Qui quella coerenza di contraddizione di cui scriveva nel Diario.

La celebre vicenda del romanzo Il comunista, rifiutato da Einaudi, nella persona di Italo Calvino, con un giudizio tanto ideologico da risultare cieco, ci rivela qualcosa sulla volontà di Morselli di uscire allo scoperto, di esprimersi pubblicamente. Dall'altra parte però, questa volontà di vedersi riconosciuto un lavoro (e un indiscutibile talento) veniva tradita da un altrettanto esigente bisogno di scomparire. Morselli era per natura un isolato. Un uomo che difese per tutta la vita la sua casetta nella campagna varesina, dove viveva ritirato. A proposito del suicidio, sul quale ragionò sempre, aveva scritto nel Diario il 20 febbraio 1940: «Abbiamo ragione se diciamo che il suicida è un ribelle ma sbagliamo quando, condannandolo, ci appelliamo a Dio. Perché non già Dio, ma il nostro istinto parla in noi, che il suicida ha offeso. L'istinto primordiale della vita». Il suicidio come ribellione, ma anche come il gesto che mina l'«istinto primordiale della vita». Morselli, alla sostanza, viveva in questa tensione tutta esistenziale, e pure il suo saggio Fede e critica mette bene in evidenza quanto gli interrogativi su Dio non fossero che una forma di assedio al senso della nostra vita, al suo dissidio intrinseco.

Proprio negli anni di Fede e critica, tra il '55 e il '56, Morselli scrisse anche un breve racconto, Il grande incontro, rimasto finora inedito, e che ora viene pubblicato a cura di Linda Terziroli dall'editore De Piante (pagg. 28, euro 30). L'incontro a cui fa riferimento il titolo è quello tra Stalin e Papa Pio XII, durante l'anno giubilare del 1950, in piena Guerra Fredda, in cui il soldato-dittatore sovietico propone che i due Stati si alleino e che collaborino (una collaborazione per niente pacifica e per niente cristiana). Un incontro che storicamente mai avvenne ma che poteva avvenire. Un'ipotesi realistica, dunque, che bene si sposa con la visione letteraria di Morselli, per cui anche il paradosso storico è una possibilità realissima. E viene subito in mente il romanzo Roma senza papa, il primo suo romanzo che sia stato pubblicato, un anno dopo la morte, dove la Roma papale di fine XX secolo è una capitale che ha sostituito la sede del luogo di fede per eccellenza con un Centro Turistico Vaticano (una capitale, tra l'altro, dove il Papa non c'è più, ritiratosi in un paese nella campagna romana). Ecco, nessuno ci impedisce di pensare che Il grande incontro sia un bozzetto preparatorio di Roma senza papa. O l'idea, anzi l'ipotesi originaria.

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