Quando il pio Caproni incontrò Enea a Genova

Raccolti gli scritti che il poeta ligure dedicò al mito dell'eroe greco, rivisto alla luce dei suoi tempi

Quando il pio Caproni incontrò Enea a Genova

Un giorno del 1948 il poeta Giorgio Caproni, insegnante elementare a Roma da dieci anni, torna a Genova, sua città di elezione, e in piazza Bandiera, a due passi dalla Nunziata, si imbatte tra le macerie ancora presenti in una statua che lo colpisce immensamente. Non tanto per ragioni estetiche, è una statua dovuta a Francesco Baratta, esponente di secondo piano del barocco romano, ma per quello che raffigura: Enea con il padre Anchise sulle spalle e il piccolo Ascanio per mano. Caproni chiede ingenuamente informazioni a un omerico vigile urbano che poco urbanamente lo rinvia alla più vicina biblioteca. Caproni rimarrà con quel gruppo statuario fisso nella mente, sinché, nel decennio successivo, non scriverà Il passaggio di Enea, poesia che darà il titolo alla raccolta uscita nel 1956. Su questo tema è stato costruito un libro (Giorgio Caproni, Il mio Enea, Garzanti, pagg. 225, euro 20; a cura di Filomena Giannotti, prefazione di Alessandro Fo, postfazione di Maurizio Bettini), meritorio per un verso, per l'altro un po' ridondante, a meno che non si consideri un testo per addetti ai lavori caproniani.

Perché Enea a Genova? Caproni si fissa sull'idea che sia l'unica statua di Enea al mondo, e si interroga sulla sua presenza lì, tra le macerie di una delle città più bombardate d'Italia, che è anche la città da lui più amata. Di Genova scrisse: «È il mio corpo», con le sue celesti aspirazioni e i suoi bassi istinti, è la città dalla lingua «in salamoia», dagli uomini «che non sono Adoni» (ma Alberto Lupo e Vittorio Gassman non erano lì a mostrare il contrario?), pronta a vendere tutto «come una Corsica qualsiasi» ma capace di erigere una statua al più umano degli antichi eroi. Enea compare persino in Litania (che personalmente considero, insieme a quelle per la madre Anna Picchi, la sua poesia più bella) nei versi: «Genova di lamenti/ Enea, bombardamenti».

Chi è dunque questo Enea genovese per Caproni? Un rappresentante della sconfitta, della fine della guerra tra le rovine, meno eroe che uomo comune, stretto tra le croci e le delizie di essere figlio e padre: un Enea popolaresco, ben accolto dalle bisagnine, le erbivendole della Val Bisagno che lavano gli ortaggi nel fontanile ai piedi della statua, un Enea di famiglia: così che Caproni scrive: «Enea sono io, siamo tutti». La poesia Il passaggio di Enea è divisa in tre parti, la prima e la terza in quei settenari così musicali tipici di Caproni, il testo centrale in endecasillabi rimati, molti dei quali sdruccioli. Il principe troiano è una figura notturna, onirica evocata dai riflessi di luce lasciati sul soffitto di una stanza dagli «ammotorati viandanti», cioè dalle automobili di passaggio. Compaiono nel testo altre figure del mito, Euridice, l'Erebo, i campi dei Cimmeri, ma vi è centrale Enea che «a spalla/ un passato che crolla tenta invano/ di porre in salvo», e per mano «ha ancora un così gracile futuro/ da non reggersi ritto», in cerca di un pontile per un imbarco che possa offrire «altro suolo», ma invano. Un Enea disorientato, post-bellico, perfetto esponente della crisi e del senso di impossibilità così presente nella letteratura del Novecento.

Caproni non è un autore che ama il mito. Del resto, lo amavano ben pochi allora, e se oggi la parola è sdoganata, io ricordo quante accuse di reazionarismo mi presi quando cominciai a rileggere e usare il mito decenni fa. Enea per Caproni è l'uomo comune, sospeso tra una tradizione crollata e un futuro visto come impossibile, che si carica di doveri quotidiani. Fato è termine troppo alto per lui, per la sua concezione «antieroica e antiretorica» come sottolinea la curatrice del volume. L'Enea del mito, tra Omero e Virgilio, è figlio della dea Venere, non partecipa alla guerra di Troia perché condanna il rapimento di Elena da parte di Paride, ma quando Achille lo attacca sul monte Ida combatte valorosamente contro il più forte degli Achei. Con Troia ormai in fiamme, decide la fuga, e nella fuga perde la moglie Creusa, che gli appare come ombra e lo invita a partire. Porta con sé per mare Anchise e Ascanio, e dopo tante peripezie, tra cui la fuga da Didone innamorata e l'incontro con la Sibilla, che gli suggerisce di discendere nell'Ade a trovare il padre nel frattempo morto per chiedergli lume sul suo futuro e la sua discendenza, sbarcherà in Italia. Combatterà con Turno, sposerà Lavinia, fonderà una città e dopo quattro anni di regno ascenderà grazie alla madre Venere all'Olimpo. L'Enea del mito è un eroe guerriero ma giusto, che antepone il dovere all'amore, che obbedisce agli dèi e al Fato, che lo vuole prima sconfitto e poi fondatore di una dinastia da cui avrà origine Roma. Meno attrattivo di Achille, giovane eroe sdegnoso e ribelle, o di Ulisse, maturo eroe dell'astuzia e della nostalgia, Enea è però dotato di una pietà che è ciò che lo rende più umano degli altri due. Caproni ha visto questo aspetto, trascurandone altri, legati al divino e al Fato, in linea con una tendenza antimetafisica che ancora oggi, inizio del terzo decennio del XXI secolo, la cultura italiana mostra mediamente di preferire, senza capire quanto impoverimento ciò comporti.

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