Radiogiornale

Le cosiddette «app» sarebbero la fortuna delle radio. In sostanza, su tablet, laptop e smartphone si possono scaricare le «app» delle radio Rai, di tutti i principali network radiofonici e di gran parte delle più importanti emittenti italiane. Sulla carta, sarebbero la soluzione ideale per ascoltare la radio in modo continuativo, senza problemi di cambiamenti di frequenza o di mal ricezione. Se si pensa alle difficoltà che per decenni hanno avvolto qualsiasi utilizzo radiofonico (frequenze volatili o indistinguibili, tante «zone d'ombra», difficoltà di utilizzo in strada e autostrada), la «app» rappresenta un incontestabile passo avanti. È, a dirla tutta, la nuova frontiera di un «media» che, meglio di altri, è riuscito ad adattarsi ai cambiamenti tecnologici e ad adeguarsi alla frenesia digitale che avvolge ormai qualsiasi forma di comunicazione. Si schiaccia il pulsante sulla «app» e si è connessi. Purtroppo però in Italia il sillogismo è molto meno rigoroso di quanto potrebbe essere. Intanto quasi tutte le «app» trasmettono il segnale sfasato, ossia con qualche minuto di ritardo rispetto al tempo reale. E, nel caso di radiocronache o segnali orari o radiogiornali, è un limite assai grave e percettibile. In più c'è la precaria affidabilità della trasmissione dati. Per capirci, in Italia la connessione internet e la sua potenza sono così variabili e così instabili che molto spesso la radio via «app» si ammutolisce. All'improvviso. Naturalmente nel momento più importante. E bisogna trafficare molto per riattivarla. Una situazione paradossale che dipende dalla scarsa qualità dei nostri segnali e che penalizza soprattutto le stesse emittenti.

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