Riti magici notturni e sogni a occhi aperti di Wilson, l'outsider

Si conclude la trilogia di romanzi a tinte fortissime dell'autore amico di Crowley

Colin Wilson cominciò a progettare The Outsider nel dicembre del 1954. L'anno dopo lo scrisse e nel '56 il saggio uscì dall'editore londinese Gollancz, garanzia di qualità, ottenendo un clamoroso e sorprendente successo. A quel punto, il venticinquenne Colin Wilson aveva già quasi finito di lavorare. Perché il resto della sua vita letteraria è stata una lunghissima collana (verrebbe da dire un rosario laicissimo composto da grani piccanti, torbidi e peccaminosi) composta da perle tenute insieme dal fermaglio del suo primo libro. Infatti, una volta messa a tema, la figura dell'escluso, dell'alienato, dell'isolato chiedeva soltanto di essere ulteriormente esplicitata ed esemplarizzata. Come? Immergendola in una società che, se in linea teorica si proponeva come antitesi all'esclusione, all'alienazione, all'isolamento, vale a dire la società della condivisione, del comunitarismo, della moltitudine, in pratica riproponeva sotto altre forme, subdole e trasversali, la separazione manichea fra noi e loro, fra chi è in e chi è out.

Che il Colin Wilson autore sia questo, cioè un collezionista di marginalità e di irregolarità, il tedoforo di una luce gettata negli angoli bui del secondo Novecento (la parte brevissima del secolo breve, la più frenetica e insonne, depressa e adrenalinica), può immaginarlo chiunque abbia letto, dopo L'outsider, almeno una delle sue altre opere, dai saggi su David Lindsay, Rasputin, Jung e Gurdjieff a quello sugli incontri ravvicinati con gli alieni, da I vampiri dello spazio alle digressioni sull'occultismo e il paranormale, da Gli eredi di Atlantide a La filosofia degli assassini a I parassiti della mente. Eppure a questi contributi, e a decine di altri, manca qualcosa: un vero, o almeno fortemente plausibile, «io». Manca, insomma, il Colin Wilson in quanto persona, la sovrapposizione del fare al dire.

Dove dobbiamo cercarlo? Alcuni indizi arrivano da La gabbia di vetro, datato 1966 e pubblicato per la prima volta in Italia da Carbonio Editore nel 2018. Intanto il fatto che l'autore lo considerava il suo romanzo preferito, e poi il circostanziato ritratto psicologico del protagonista Damon Reade, trentacinquenne (come Wilson quando scriveva...) studioso di William Blake il quale, lasciata la dimensione agreste del Lake District (con tanto di amante minorenne...), scende a Londra come consulente esterno nelle indagini su un serial killer che agisce con metodi simili a quelli di Jack lo Squartatore, lasciando però sui luoghi dei delitti, a mo' di firma e/o monito, appunto i versi del grande poeta. C'è un po' del Wilson uomo, in Reade: il rigore intellettuale, il disinteresse per quasi tutto ciò che gli accade intorno quotidianamente, la curiosità per il male.

Tuttavia, l'autentico alter ego dello scrittore inglese era nato sei anni prima, nel 1960, con Riti notturni (edito da Lerici negli anni Sessanta e proposto nel 2019 in nuova traduzione da Carbonio Editore). Gerard Sorme somiglia moltissimo anche fisicamente, occhiali a parte, al Colin Wilson uomo. È giovane e bello, fa lo scrittore, è stato nella Royal Air Force, ama i buoni libri e le belle ragazze, perché cultura e sesso sono i suoi alimenti principali. E, come Damon Reade, ha in Blake un punto di riferimento. Rivolgendosi al pittore Oliver Glasp, dice: «Conosci quei versi di Blake sul leone che giace con l'agnello? Parlava dell'Età dell'Oro. È la radice di tutto, capisci. Viviamo in un mondo caduto e sogniamo un'Età dell'Oro in cui non esisteva la frustrazione. Tutti gli uomini si trasformano in dèi perché possono fare ciò che vogliono».

Come in La gabbia di vetro, anche in Riti notturni la gaudente swinging London vive l'incubo di un nuovo emulo dello Squartatore vittoriano, e come Reade, anche Sorme esita quando si tratta di formulare una condanna, per quanto personale e non collettiva, nei confronti di un colpevole che è, per altri versi, vittima. Inoltre entrambi i romanzi sono retti da un impianto giallo. Che invece manca nel secondo romanzo di Wilson con Sorme protagonista: L'uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme, ora pubblicato sempre da Carbonio Editore dopo le edizioni Lerici degli anni Sessanta (pagg. 299, euro 16,50, traduzione, come per i precedenti, di Nicola Manuppelli - quest'anno seguirà il terzo e ultimo, Il Dio del Labirinto, ancora inedito in italiano).

Qui l'autore, dopo il «finale aperto» di Riti notturni con il destino di Austin Nunne (il molto presunto, anzi quasi certo colpevole) non ancora segnato, e con Gerard Sorme che continua a ciondolare fra una trombata e una bevuta, qualche pagina scritta, molte lette e soprattutto tanta insoddisfazione per l'insignificanza del mondo, scegliendo la forma diaristica mostra di aver eletto a proprio portavoce quel ragazzo con l'indole da flâneur e i modi da intellettuale decadente. «La criminalità - scrive Sorme - implica un riconoscimento e un rispetto per la società. Non si possono immaginare un Beethoven o un Bernard Shaw che commettono crimini, perché nessuno dei due si preoccupa abbastanza della società». E ancora: «La personalità copre il desiderio sessuale nello stesso modo in cui il preservativo rende il sesso meno soddisfacente». Oppure: «Non siamo in grado di stare fermi. Non abbiamo volontà. Dobbiamo essere spinti su una scala evolutiva: il destino è seduto dietro di noi e ci infila un bastone appuntito nel culo».

Tornano i personaggi cardinali di Riti notturni, e altri se ne aggiungono. Ma nessun morto, nonostante le molte anime ferite, a partire da quella del narratore: «Di solito mi sento quasi inesistente, come se non riuscissi neppure a far apparire la mia ombra alla luce del sole, come Peter Schlemihl di Chamisso o l'uomo nel racconto di Hoffmann. Eppure, sto imparando a gettare un'ombra». E dopo aver archiviato il primo interprete del Male, cioè Nunne, sulla strada di Sorme se ne presenta un altro che lo ricorda molto, Caradoc Cunningham, già seguace di Aleister Crowley. Vizioso, ambiguo, violento, trascina la combriccola che ruota intorno a Sorme in altri riti notturni, quelli delle cerimonie orgiastiche a base di droga e di magia nera. Ma il Nostro questa volta non ci sta: «Ricordo di aver letto una volta che la magia è solo una forma bastarda di misticismo; bene, preferisco il misticismo alla magia». Non per conformismo, ma per difendersi da un pericoloso ciarlatano. Come farebbe un normale buon cittadino.

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