Il ritorno dello Spandau Ballet "Ora suono, prima lavoravo"

Gary Kemp pubblica un disco solista dopo 25 anni "Con Nick Mason dei Pink Floyd scopro il mio lato rock"

Il ritorno dello Spandau Ballet "Ora suono, prima lavoravo"

Poi però dice che «essere una band non significa essere amici» e con una frase demolisce il lato romantico dei campioni dei New Romantic, ossia gli Spandau Ballet, il gruppo che ha diviso in due lo stadio degli anni Ottanta: da una parte loro, dall'altra i Duran Duran. Gary Kemp adesso ha 61 anni, è un signor chitarrista e nella ditta Spandau ha una quota di maggioranza, visto che ha scritto quasi tutti i loro brani, compresi successoni come True o Through the barricades, roba che alla prima nota ti riporta dritto dritto a quel periodo lì con la lacca sui capelli, le spalline sotto le giacche e le Timberland ai piedi. Dal suo studio di registrazione a Londra, Gary Kemp racconta il suo primo disco solista dopo 25 anni, che si intitola Insolo ed è un gioiellino d'alta scuola e vecchia guardia, talvolta molto prog rock, sempre elegante: «È la mia musica preferita da sempre ma mescolata con partiture più drammatiche. Sono due mondi diversi che si avvicinano».

In fondo Gary Kemp è sempre stato a cavallo di due mondi. Il pop da super classifica come con gli Spandau Ballet. E il rock più coraggioso con i Saucerful of Secrets di Nick Mason, che fanno il tutto esaurito con i brani dei Pink Floyd di epoca Syd Barrett, visionari e stralunati: «Con loro suono davvero, è una goduria ogni volta che saliamo sul palco», spiega. Da Ballet a Barrett e ritorno.

Gary Kemp è anche il simbolo di un'epoca musicalmente polarizzata che oggi, nell'era liquida, sembra preistorica: le band avevano eserciti di fan contrapposti, folcloristicamente avversari con tanto di faide giornalistiche. Chi tifava per gli Spandau era «contro» i Duran Duran come i metallari erano «in guerra» con i dark e come, nel decennio precedente, chi amava i Led Zeppelin li riteneva superiori ai Deep Purple. Guelfi e ghibellini. Una faziosità nata ai tempi di Beatles e Rolling Stones che adesso, con l'afflosciarsi della passione musicale, sembra solo cabaret. «In effetti il mio brivido più grande è stato quello di essere fan di una band, sognare di vederla dal vivo, sentire che aveva cambiato la mia vita», dice Gary Kemp, un tipo molto preciso, lucido, mai nostalgico. «Con gli Spandau Ballet siamo diventati un lavoro e adesso con Tony Hadley (il cantante, ndr) praticamente non mi sento neanche più. Non siamo amici. Non abbiamo mai socializzato dopo i concerti e le registrazioni dei dischi. A parte mio fratello Martin, che sento ogni giorno, con Steve Norman (sax e chitarra, ndr) e John Keeble (batteria, ndr) ci sentiamo ogni tanto. In fondo le band non nascono sempre per amicizia, ma perché magari uno è l'unico cantante che conosci oppure l'unico sassofonista della scuola». Anche questo, a ben vedere, è un rituale del passato. Di band ne nascono poche e la musica è sempre meno condivisione. Si ascolta di più in cuffia da soli che con gli amici. «Nel mio disco c'è un brano, The Haunted, che racconta proprio la difficoltà di sentirsi soli pur essendo in mezzo alla gente. Quando vado in giro, vedo quasi tutti con gli occhi fissi sui cellulari a cercare chi mette like ai propri post. È una ricerca di conferme che forse la mia generazione non aveva. Prima era difficile sentirsi soli in mezzo a milioni di persone». Ma non parla per dire come si stava bene una volta e oggi no. Gary Kemp è il testimone (credibile) della fase musicale che ha segnato un decennio e poi è stata superata da altre, com'è naturale. Di certo è comunque un musicista come pochi, e anche questa è una rarità: «Quando Nick Mason dei Pink Floyd mi ha chiesto di entrare nella sua band Saucerful of Secrets ero entusiasta e suonando con lui in giro per il mondo ho acquistato la credibilità come chitarrista e cantante che non ho mai avuto con gli Spandau Ballet». Si sono sciolti alla fine degli anni Ottanta e si sono riformati venti anni dopo per un disco e un tour nel quale smentire finalmente chi diceva non fossero capaci di suonare. «Sono dei pupazzi ben vestiti che si agitano a tempo di musica». «Non si capisce cosa ci trovino le ragazzine urlanti» e via stroncando.

In realtà, visti dal vivo alla O2 Arena di Londra una decina di anni fa, gli Spandau Ballet sapevano stare sul palco con gli strumenti ed erano condannati soltanto dal loro repertorio, strettamente legato a un passato strapassato. «Perciò adesso mi diverto a mettere insieme tutti i miei volti di musicista e cantante, invitando anche altri amici a suonare con me, come ho fatto con Roger Taylor dei Queen in Too much». Insomma, Gary Kemp suona e compone. Ed è la rinascita di un simbolo degli anni Ottanta che vuol dimostrare di non essersi fermato là con la lacca e le spalline.

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