Sadeq Hedayat, il solitario scià della letteratura

Nove storie di ordinaria quotidianità nascondono piccoli e grandi drammi

Sadeq Hedayat, il solitario scià della letteratura

Per capire quale dovesse essere, secondo Sadeq Hedayat, la vera funzione della letteratura, occorre ascoltare la voce della sua opera più nota, La civetta cieca, cioè quella specie di delirante confessione in cui il narratore-protagonista, in un flusso di coscienza ad alta gradazione alcolica e ad altissima densità oppiacea, racconta la propria fallimentare esistenza. E scrive: «La mia vista s'è consumata sulla superficie degli oggetti, sulla crosta sottile e al contempo dura che nasconde l'anima delle cose, e adesso non credo più a niente». Parla un uomo distrutto dal proprio fallimento in quanto, sapendo di non sapere, sa anche che non potrà mai sapere, e di doversi limitare alla «superficie degli oggetti». E poco più avanti, ecco la chiamata di correo: «I racconti sono solo un modo per sfuggire ai sogni disattesi, ai desideri che non si sono realizzati; e gli scrittori fabbricano storie secondo i loro orizzonti limitati, seguendo quanto ereditano dal passato». Insomma, tutti gli scrittori sono civette cieche che non riescono a vedere né alla luce del sole, né nel buio della notte.

Invece l'autentica letteratura, per lo scrittore persiano nato a Teheran il 17 febbraio 1903 e morto suicida a Parigi il 4 aprile 1951, dovrebbe rivelare il volto nascosto delle cose. Lui che rifiutava sia la religione e sia Dio, proprio come l'io narrante di La civetta cieca (al quale fa dire: «Né la moschea, né il richiamo alla preghiera, né le abluzioni, né i gargarismi, né le prostrazioni in fronte dell'Onnipotente e assoluto Creatore - con il quale peraltro si può parlare solo in arabo - niente di tutto ciò aveva mai avuto effetto su di me»; «Avrei preferito parlare a un amico o a qualcuno che conoscevo piuttosto che a Dio, l'Onnipotente! Dio era troppo per me»), cercava la propria personalissima rivelazione nella scrittura. La civetta cieca uscì la prima volta a Bombay nel 1936, in una limitatissima edizione, e soltanto quattro anni dopo a Teheran, dopo la caduta dello scià Rehza Shah Pahlavi, poiché il regime non avrebbe digerito quel romanzo palesemente ateo, drogato, pieno di perversioni sessuali e in cui la malattia mentale del protagonista non poteva valere come attenuante, semmai il contrario...

La prima edizione italiana condotta sul testo persiano di La civetta cieca uscì l'anno scorso da Carbonio Editore, a cura di Anna Valzan, eccellente iranista lodata, fra gli altri, dal presidente dalla «Sadeq Hedayat Foundation», Jahangir Hedayat. Pochi mesi dopo, Anna Vanzan morì, la vigilia di Natale, nella sua Venezia. Lasciando tuttavia un regalo agli estimatori dello scrittore il quale, a detta di molti critici e studiosi, diede inizio al nuovo corso della letteratura persiana. Il regalo consiste in Il randagio e altri racconti, ora proposto sempre da Carbonio Editore (pagg. 149, euro 14,50). A conferma di quanto abbiamo detto all'inizio, vale a dire della incessante e tormentata ricerca, da parte di Hedayat, del vero volto delle cose, celato dietro i formalismi e le mode sempre effimere e superficiali dello scrivere, in queste nove storie assistiamo a un brusco cambio di registro, rispetto alla patologica e spiraliforme prosa di La civetta cieca.

Se là il male di vivere dell'io narrante si manifestava in una distorsione lisergica e surreale (il libro valse all'autore la collocazione, da parte di André Breton, nell'Olimpo dei maestri del surrealismo), qui il metodo dello scavo archeologico sotto l'apparenza si applica a contesti di normalità. Di più, a situazioni familiari. In Abji Khanum assistiamo al rapporto problematico fra due sorelle, una avvenente e socievole che trova lavoro e marito, l'altra brutta e introversa che cova invidia e si rifugia nella preghiera e nella devozione; in Haji Morad un marito geloso si lascia andare a una scenata in pubblico, salvo poi capire (complice un ciador ingannatore) di aver sbagliato persona; in Dash Akol un duro dal cuore tenero s'innamora della figlia di un tale che in punto di morte lo ha nominato esecutore delle sue ultime volontà; in Il pluridivorziato altri due uomini scoprono di esser stati rovinati dalla stessa donna; in Vortice è ancora di scena la gelosia, che si rivelerà fuori luogo, e quindi motivo di ulteriore colpa; in Il Don Giovanni di Karaj sono addirittura tre gli uomini a contendersi, in modi diversi, la stessa signora.

C'è qualcosa di Cechov e di Schnitzler, in queste schermaglie sentimentali che, finiscano in farsa o in tragedia, lasciano sempre i puntini di sospensione del non detto, del non risolto, pur grattando, per citare ancora La civetta cieca, «sulla crosta sottile e al contempo dura che nasconde l'anima delle cose». E sempre sotto lo sguardo compassionevole di Hedayat, il quale dà il meglio di sé nelle altre tre storie della raccolta. Il randagio Pat che l'autore segue nei suoi vagabondaggi ha la statura morale (Hedayat amava molto gli animali...) del Bauschan di Cane e padrone di Thomas Mann, ma viene di continuo tradito dagli uomini. In L'ultimo sorriso, la vicenda storica del conflitto fra il potente casato dei Barmecidi e il califfo Harun ar-Rashid (siamo fra VIII e IX secolo) sfocia nella serenità buddhista (Hedayat si avvicinò al buddhismo durante il soggiorno in India) con cui Ruzbehan attende la morte che lo sottrae al conflitto con gli arabi invasori.

Infine, in La bambola dietro alla tenda ecco il chiaro riferimento autobiografico. Perché dall'Oriente ci spostiamo in Occidente. Se non proprio a Ghent, Parigi, Reims o Besançon, dove Hedayat studiò e lavorò negli anni Venti, a Le Havre. Lo studente iraniano Mehrdad, timido e introverso fino al parossismo, terminato il liceo si sente un pesce fuor d'acqua. Affrontare la vita comporta affrontare anche le donne e il sesso, materie a lui del tutto sconosciute. E che cosa fa? S'innamora di un manichino, lo acquista e se lo porta a casa, a Teheran, lasciando esterrefatti i famigliari e soprattutto la promessa sposa. La sera, Mehrdad scosta la tenda e rimira quel simulacro di ragazza. Lui, in fondo, è un personaggio ancor più drammatico del protagonista di La civetta cieca, perché la «superficie degli oggetti» se la fa bastare. Suscitando la pena di Hedayat e del lettore.

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