"In scena sono Scarpia ma fatico a fare il cattivo"

Il baritono confessa: «Devo studiare proprio tanto per calarmi in ruoli così negativi»

Il mondo dell'opera - ed extra-opera - trabocca di figure sghembe e torve. Tuttavia un personaggio perfido come Scarpia - coprotagonista di Tosca - non era mai finito in palcoscenico prima del 14 gennaio 1900, quando l'opera di Puccini ebbe il suo battesimo. Ed è questa prima versione a inaugurare la stagione della Scala, il 7 dicembre. A finire negli abiti para-liturgici di Scarpia - così li ha pensati il costumista Gianluca Falaschi - è il baritono Luca Salsi. Classe 1975, carriera in crescendo, Salsi emana bonomia, da parmense qual è. Ammette infatti di dover far forza su se stesso per calarsi nel ruolo di Scarpia: barone e capo della polizia papalina, individuo che riempie di malvagità il primo e secondo atto. Scompare nel terzo poiché Tosca, il soprano Anna Netrebko, alla fine del secondo si avventa su di lui con un pugnale che usa come l'# del MeToo.

Sono otto gli inediti della Tosca vista a Roma 119 anni fa. Cosa cambia per il suo personaggio?

«La scena della morte è molto più lunga rispetto a quanto siamo abituati, Scarpia continua a urlare muoio, muoio, e il tempo si dilata».

Un taglio espressionista. Altre novità?

«La famosa aria di Tosca Vissi d'arte non chiude, ma sconfina in una frase in cui intervengo io».

Finisce male l'uomo davanti al quale tremava tutta Roma: un essere negativo al 100%?

«Assolutamente sì. È ambiguo, malvagio. Sembra un serpente: un momento è fermo, poi ti colpisce».

Dà qualche soddisfazione fare il cattivo nella pelle altrui?

«Per la verità, no. Anzi. Devo proprio studiare tanto per arrivare a fare ruoli come questi».

Studiando cosa ha scoperto?

«Che il canto è elegante, mai volgare. Qualcosa di nobile c'è».

Con il regista Davide Livermore lavorate per la resa in palcoscenico ma anche per quella televisiva (c'è la diretta Rai). Cosa si fa per soddisfare anche gli spettatori del piccolo schermo?

«Si lavora moltissimo sul gioco degli sguardi, sulle espressioni del viso. Io per esempio devo sprizzare veleno dagli occhi.

Di nuovo torna a fare una prima della Scala con Anna Netrebko. Anche allora, infieriva sul soprano

«Al netto di questo, con Anna siamo molto amici. Lavoriamo assieme da 20 anni. Ci siamo conosciuti nel 2001 cantando nelle Nozze di Figaro, a Washington».

Epoca in cui Placido Domingo era il direttore del Teatro. Cosa dice dei soprusi che gli vengono attribuiti?

«Premessa. Lavoro da 22 anni, e francamente non ho mai visto niente in teatro che mi facesse pensare ad abusi e a quanto si racconta. Mai sentito lamentele. Quanto a Domingo, non posso dire altro che è un gentiluomo, un gran signore. Spero solo che un artista immenso non passerà alla storia per le questioni #MeToo. E mi dispiacerebbe».

Che aria tira nei teatri degli Stati Uniti?

«Potrò dare questa risposta a breve. A febbraio sarò a Chicago per Cavalleria rusticana diretta da Muti e poi al Met di New York. Già mi è stato detto che mi faranno una lezione su come ci si comporta in teatro: così si fa nei teatri americani in questi ultimi tempi».

Convive con il successo da almeno sette anni fa. Come è cambiata la vita?

«Non sono mai a casa. Sto facendo quello che ho sognato da quando ho iniziato a cantare, che sono poi i sogni comuni a ogni cantante: cantare due volte alla prima della Scala è già di per sé un raggiungimento. Quindi felicissimo».

Però

«Mi mancano un po' le radici. Ogni tanto vorrei sentirmi un po' fermo in un posto. Ora ho comprato una nuova casa a Parma e ho piantato un ulivo centenario (scorre la galleria fotografica dello smartphone e lo mostra - ndr). Ecco, quando torno a casa lo guardo perché mi trasmette un senso di solidità, di radici».

A proposito di casa e di Parma: è un mago dei fornelli?

«Cucino l'indispensabile. Bistecca per dire».

Così non vale. Rilanciamo: sarà coinvolto in Parma capitale della cultura 2020?

«Pare di sì, ma non so ancora in che termini».

Ultima cosa. In quest'opera, lei si avventa su Tosca e strazia Cavaradossi che chiuso il sipario è un grande amico

«Con Francesco (Meli) siamo amici al punto che sono il padrino del suo ultimo figlio. Abbiamo fatto tante cose assieme, tutto il Verdi possibile, per esempio. Questo è uno dei casi in cui arte e vita si separano».