La scommessa di Telese: "Matrix delle larghe intese"

Fino a sabato il conduttore era a La7, ora debutta su Canale 5. "Sfideremo Vespa. Troppa politica in tv? Bisogna essere più bravi"

La scommessa di Telese: "Matrix delle larghe intese"

«La principale differenza fra me e Bruno Vespa? Beh: lui come sigla ha Via col vento. Io un brano dei Guns N' Roses». E col sorrisetto dello studentello impertinente, che già pregusta di vedersela col docente stagionato (l'hard rock contro il filone neo-romantico), Luca Telese stempera la tensione. Già: perché in fondo la sfida prossima ventura col moloch Porta a porta non è, per lui, che un dettaglio. Ciò che davvero conta, e che proprio lo galvanizza, è aver ereditato Matrix. La testata storica di Canale Cinque che, archiviate le ere Mentana e Vinci, esaurita una stagione di riposo, da stasera tocca a lui. 43 anni, sardo, ex portavoce di Rifondazione Comunista (ma nonostante questo per dieci anni firma del Giornale) fino a due mesi fa co-conduttore - con Nicola Porro - di In onda. Con la penna intinta nel vetriolo, Carlo Freccero l'ha definito «Il giornalista delle larghe intese». Il che non lo avvelena: «Freccero è stato il mio maestro. E poi è un guru. Ma credo che volesse semplicemente dire che sono un prodotto di quel tempo. Anche se in realtà io, alle larghe intese, sono piuttosto allergico».

E ora, finalmente, eccolo al centro del campo: il più affollato da programmi d'informazione degli ultimi anni; nel pieno del momento politico più tormentato e complesso degli ultimi lustri. «Vespa è stato molto carino, a dire che lui sarà il nostro concorrente - considera, con calcolata modestia -. In realtà non è vero: i suoi concorrenti saremo noi». Ma senza troppa soggezione: proprio come lo studentello pronto a farsi beffe del professore. «La squadra del nuovo Matrix, nata dall'incontro fra quella storica e quella di In onda, infatti, è piena di giovani. Tutti ragazzi che parlano la stessa lingua: quella della modernità, della chiarezza». Neanche il fantasma del titolato fondatore sembra intimidirlo: «Oggi a Matrix si respira la stessa atmosfera ricca e stimolante di quando i big erano Mentana e Santoro».

Proprio così, dice: «erano». E il sovraffollamento dell'informazione in tv (trenta appuntamenti a settimana)? «Meglio, se siamo in tanti. Per distinguersi bisognerà essere ancora più bravi». Ma finirete per parlare tutti dello stesso argomento; per litigarvi più del solito ospiti e opinionisti. «Se riusciremo a trattare in modo diverso ciò di cui già si occupano tutti, usciremo fuori del mucchio. Quanto agli ospiti, è vero: per avere i migliori ormai bisogna fare a botte. Anchè lì, però, è il più bravo che vince». E per dimostrare che il più bravo è lui, stasera il suo ospite di punta è Guglielmo Epifani. «Perché è stato lui, coi suoi commenti sulla sentenza Berlusconi, ad accelerare la situazione politica». Si aggiungeranno poi Daniela Santanchè, Fabrizio Cicchitto, Paola De Micheli (Pd), Giorgio Airaudo (Sel). Nell'attesa, inutile dirlo, del più ghiotto di tutti. «Quale conduttore non darebbe una mano per averlo? E poi io, con Berlusconi, ho dei precedenti. L'ultima volta mi mollò una “pizza” su una mano, perché non gradiva quanto dicevo». Tutto sommato robbetta, rispetto ai pericoli corsi con D'Alema: «Un paio d'incontri con lui e ho rischiato di non uscirne vivo. Mi promise di spezzarmi le ossa. Molti politici sono convinti che avere di fronte un giornalista adorante li aiuti. Invece è il contrario. Così, per me, il miglior D'Alema fu quello». Infine lo stile del nuovo Matrix: «Non cambieremo nulla di ciò che la gente si aspetta da Matrix. Ma dentro alla forma classica cercheremo d'adottare un linguaggio più moderno. Ad esempio con le nuove inviate, che saranno Francesca Barra e Monica Giandotti». Lui stesso promette d'essere più cronista che opinionista, magari cercando scontri frontali e fratture dialettiche.

E, per carità, «niente tele-predicozzi, non dobbiamo vendere crociate. Ma cercare di capire e di far capire. Possibilmente senza essere noiosi, anche quando parliamo di cose serie». Anche perché di cose serie di cui parlare - per non dire drammatiche - c'è l'imbarazzo della scelta. «A ben vedere, quello che sta accadendo nella politica d'oggi è un grande spettacolo. Con grandi protagonisti. Vedrete: quando fra trenta, cinquant'anni si citeranno i giorni nostri, è soprattutto di questi protagonisti, che si parlerà».

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