Al cinema il nuovo Scream: ce n'era davvero bisogno?

Il quinto capitolo della saga horror omaggia la memoria del suo creatore riproponendo lo spirito del primo film. Autoanalisi ironica e citazionismo estremo che diventano vacua ridondanza

Al cinema, il nuovo “Scream”: ce n'era davvero bisogno?

Il quinto capitolo di Scream si collega agli inizi della saga attualizzando quanto uscito dalle mani del suo creatore Wes Craven, scomparso nel 2015. I nuovi registi, del resto, sono fan di lunga data del primo e leggendario film del 1996, grande successo che non solo diede vita all’omonimo franchise ma cambiò il mondo del cinema horror a colpi di citazioni e ironia.

Il nuovo “Scream” tenta di rilanciare il brand ma non è un remake né un sequel vero e proprio: è un re-quel che rinnova il materiale di partenza per conquistare il pubblico dei giorni nostri. Siamo infatti nello stesso universo dei precedenti titoli della serie, in cui i personaggi sono quasi tutti fan accaniti dei film dell’orrore, tra cui un immaginario “Stab”, basato su quanto avvenuto venticinque anni prima a Woodsboro. A così tanta distanza temporale dagli omicidi che avevano scosso la comunità, qualcuno inizia a mietere nuove vittime indossando la stessa maschera del killer di allora. Ben presto emerge che esista una precisa e segreta correlazione tra i ragazzi coinvolti oggi e quelli che furono testimoni di tanto sanguinoso passato.

Il passaggio del testimone tra vecchia e nuova guardia è uno dei diktat fondamentali per dare autorevolezza all'insieme e, infatti, ecco ricomparire Neve Campbell, David Arquette e Courteney Cox, ancora una volta nei panni di Sidney, Dewey e Gale.

Fin dall’incipit in cui viene aggiornata l’iconica telefonata in cui l’assassino interroga la futura vittima, il nuovo “Scream” pullula di riferimenti a storici titoli di genere e di commenti divertenti sulla recente ondata di horror “sofisticati”.

Facendo leva su una storia capace di tornare alle origini del mito, piazzando qualche efficace jumpscare, un po’ di splatter e diversi colpi di scena, si cerca di sorprendere e divertire lo spettatore. La quarta parete si fa davvero sottile ogni volta che i personaggi discutono su chi fra loro potrebbe essere il colpevole, ipotizzandone il movente: è un modo di giocare con le aspettative di chi è in sala, ora confermandole, ora ribaltandole.

Il citazionismo dissacrante, che resta uno degli elementi cardine dell’intera saga, qui diventa però più che mai autoreferenziale e dà il via a riflessioni metanarrative con le quali “Scream” si parla addosso con intelligenza e senza mai prendersi troppo sul serio. Non solo in lunghi dialoghi si scompone il genere horror rivelandone regole e rievocandone stereotipi ma se ne criticano anche le sue derive disfunzionali, molte delle quali imputabili all’amore malsano e dittatoriale di una parte della fan-base.

Insomma, siamo dalle parti di quanto avvenuto con “Matrix Resurrections”, ossia in un loop autocitazionista e metafilmico dell'opera originale. Confondere il pubblico in modo dichiarato e a sorriso aperto, serve anche a riflettere sugli archetipi narrativi e sulla relazione tra gestazione di un’opera e pressioni “autoriali” dei fan.

Il nuovo “Scream”, in definitiva, è un’operazione gustosa sulla carta ma, una volta sullo schermo, onestamente un po’ indigesta: sembra di assistere a un tutorial su come cucinare avanzi assieme a porzioni fresche degli stessi ingredienti. Il risultato è appetibile solo a una prima occhiata.

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