Per scrivere non basta il «riassunto»

Francesco Giubilei

Nell'epoca della comunicazione continua, dove la parola scritta è diventata un aspetto sempre più centrale della società grazie ai social network, paradossalmente si sta perdendo la conoscenza della lingua italiana tra anglicismi, un limitato utilizzo del lessico e una tendenza a semplificare e banalizzare la sintassi. Un fenomeno che si evidenzia in tutta la sua drammaticità nella scuola, dove i giovani italiani hanno difficoltà a produrre contenuti scritti di livello accettabile. Qualche mese fa 600 docenti universitari hanno firmato un appello al governo denunciando la necessità di interventi urgenti poiché «molti studenti scrivono male in italiano». La risposta è stata la nomina di un consulente ministeriale per l'apprendimento della lingua italiana, individuato in Luca Serianni, docente di storia della lingua italiana alla Sapienza.

Serianni ha rilasciato un'intervista a La Repubblica in cui ha spiegato quale sarà l'operato del gruppo di esperti istituito per diminuire le carenze linguistiche degli studenti italiani. Un'iniziativa sulla carta encomiabile ma non può non destare perplessità la ricetta proposta da Serianni che ha dichiarato: «dalle medie alla maturità meno temi e più riassunti». Nulla da eccepire sull'importanza del riassunto poiché, come spiega Serianni, «il riassunto non è un esercizio banale, ma ha un peso importante» però, dichiarando che servono meno temi, si rischia di far passare il messaggio che la soluzione sia scrivere meno non solo in termini di lunghezza degli elaborati ma nel numero delle prove scritte realizzate nel corso dell'anno. Se è in parte vero che «gli studenti hanno l'ingenua convinzione, quando fanno un tema, che più si scrive e meglio è», il problema principale è un altro: gli studenti hanno difficoltà a elaborare un discorso scritto. Una carenza che deriva proprio dal fatto che a scuola si scrive poco e male. Il caso delle università è emblematico: uno studente - anche delle facoltà umanistiche - nel corso del suo percorso universitario, salvo alcuni esami, non produce quasi mai testi scritti. Arriva così a scrivere la tesi di laurea senza aver mai preso in mano una penna, non sapendo come comportarsi per una corretta stesura, senza conoscere le norme redazionali, né come redigere le note o la bibliografia. Più che incentivare l'utilizzo del riassunto, sarebbe necessario aumentare le occasioni in cui scrivere, rendendo la scrittura di un tema un'abitudine e non un'eccezione, una soluzione a cui dovrebbero ricorrere tutte le scuole, senza dover arrivare al punto di nominare un consulente ministeriale ad hoc.

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