La scuola di Salvemini: laica e non laicista

«S e il catechismo clericale è inaccettabile nella scuola laica, un catechismo laico sarebbe peggio che inaccettabile: sarebbe stupido». Così nel 1907 Gaetano Salvemini sintetizzava il suo pensiero sul tema controverso della laicità, andando subito al cuore del problema: la laicità è tale solo se rifugge da ogni fondamentalismo. Però è più facile a dirsi che a farsi perché è evidente che, se è inaccettabile ogni fondamentalismo, è altrettanto certo che non tutto può essere accettato. In questo senso il pluralismo salveminiano, che altro non è poi se non il pluralismo liberale, rimanda al problema aperto della libertà, che trova la sua difficile e problematica applicazione nel campo educativo, come viene messo ora in luce dal bel libro di Gaetano Pecora, La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali (Donzelli, pagg. 210, euro 18). Pecora ripercorre le argomentazioni di Salvemini, a cominciare dalla secolare questione dei rapporti fra Stato e Chiesa e fra pubblico e privato.Per Salvemini si deve parlare di laicità quando siamo in presenza della libertà nella scuola e della libertà delle scuole, ovvero quando i contenuti degli insegnamenti risultano liberi e la concorrenza tra scuole con indirizzi di pensiero e di visioni del mondo differenti viene favorita. Di qui la radicale divergenza con Gentile che rivendicava il monopolio pressoché totale dell'insegnamento statale diretto a trasmettere una forte e precisa concezione filosofica e ideale valevole per tutti.Naturalmente la libertà laica implica dei limiti giuridico-costituzionali perché, se chiunque è libero di frequentare la scuola che più gli aggrada, deve comunque sottoporsi all'esame di Stato, se vuole acquisire un riconoscimento legalmente valido. Su questo punto Salvemini si scontrava con Einaudi, che propugna l'abolizione legale del titolo di studio.Il vero scopo dell'educazione era comunque quello di dare avvio ad una formazione umana fondata sulla ragione critica, libera e indipendente. Certamente occorreva creare una scuola ben attrezzata in grado di trasmettere un sapere il più ampio possibile, ma ancora più importante era diffondere un ethos educativo capace di porre l'alunno nella condizione di sviluppare in modo autonomo il giudizio che meglio rispondesse alla sua personalità perché, come aveva già sentenziato Plutarco, «l'anima non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere».

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