Quel Simenon tropicale merita una corona di fiori

Nei reportage dai Mari del Sud del 1935 lo scrittore difende i locali dall'invadenza di turisti e... cinesi

Quel Simenon tropicale merita una corona di fiori

Estate 1935, Messico, porto di Veracruz. Il turista americano appena sbarcato respinge l'uomo che si offre, per sei pesos, di portargli il baule. L'altro insiste. L'americano non cede e gli dà del «ladro». Segue litigio che attira l'attenzione di un poliziotto, mentre l'americano si avvia lentamente, grondando sudore, in direzione dell'albergo. Ma il poliziotto lo segue. Davanti all'albergo, il poliziotto fa all'americano: «Sono sei pesos». E aggiunge: «Se non paga subito, la sbatto in prigione... Per aver esercitato una professione senza essere autorizzato. Sul suo passaporto c'è scritto turista, non scaricatore». L'americano paga. Provocando l'ilarità di un tale che passa di lì, un francese.

Estate 1935, su un'isoletta tahitiana. Dalla nave sbarca una troupe cinematografica. Il regista, americano, si avvicina al francese di prima e, scambiandolo per un turista compatriota, gli mette in mano una manciata di monete: «Da lanciare!...», gli dice. Per un americano sarebbe un bello spettacolo vedere i canachi che si azzuffano nel raccogliere le monete. «Ero fuori di me», commenterà il francese. E aggiungerà: «Tahiti è proprio l'unico paese al mondo in cui non ho mai visto un mendicante e dove dalle persone si può ottenere tutto - tranne un lavoro regolare - per qualche bicchiere di vino o un po' di musica».

Quel francese dal quale abbiamo preso in prestito i virgolettati si chiamava Georges Simenon. Il secondo episodio riportato fa parte del suo reportage intitolato Les gangster dans l'archipel des l'amour, pubblicato da Paris-Soir; il primo episodio è tratto da un altro reportage uscito su Marianne con il titolo En marge des meridiens. E proprio così, A margine dei meridiani, s'intitola la terza raccolta targata Adelphi dei reportage simenoniani (pagg. 223, euro 16, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala, con un ricco apparato di fotografie scattate dallo scrittore), dopo Il Mediterraneo in barca, uscita nel 2019, ed Europa 33, uscita l'anno scorso. Qui Simenon è nel bel mezzo del suo giro del mondo, ma, essendo per l'appunto un uomo di mondo, affronta anche le tappe nei mari del Sud con il disincanto di chi ne ha già viste tante. Per esempio la casa di Gandhi a Bombay che gli ha suscitato «delusione», anche per i dépliant che pubblicizzavano il suo negozio di souvenirs.. E scrive: «Insomma, viaggiare significa sempre rimanere scottati; si distruggono le proprie illusioni. Senza esagerare, forse potremmo dire che si viaggia per compilare l'elenco dei paesi in cui non si avrà più voglia di mettere piede». Lui non è certo un Turista da banane come quell'Oscar Donadieu che, nel suo romanzo del 1938, a Tahiti cerca di evadere dai guai e dalle preoccupazioni, salvo trovarne di ben peggiori.

Esotismo? Ma quale esotismo... Il disprezzo per i boriosi statunitensi lo si può provare dappertutto, in un atollo come in una brasserie di Montmartre. E quanto al fascino dei paradisi terrestri... sarà ma... vuoi perché la sua Francia negli anni Trenta è la potenza mondiale più influente, da quelle parti («la boria nazionale segue l'andamento della valuta...» gli dice un commissario di bordo, alludendo alla crisi del dollaro), vuoi perché ogni vero viaggiatore si sente sempre a casa propria ovunque vada, ciò che a Simenon dà sollievo, a Panama come in Ecuador, Venezuela, Colombia, Perù, Australia, è incontrare qualche francese a modo fra tanti avventurieri, trafficanti, truffatori e aspiranti schiavisti fuori tempo massimo. E quando in pieno Oceano Indiano una bella signora inglese gli chiede se ha sentito le ultime brutte notizie che parlano di scontri alle frontiere e venti di guerra, lui pensa subito a quel pazzo di Hitler. Invece: «Perché parla sempre di Hitler? Gli scontri sono nelle Indie, e proprio nella regione in cui è di stanza mio marito. Tutto è relativo, non è vero? Nelle notizie radio che pubblicano ogni giorno a bordo ci sono dieci righe sulle questioni europee, dopo il resoconto delle partite di calcio delle squadre di Sydney e di Melbourne».

Eppure, in questo tour ci sono tre posti dove anche un duro come Simenon avverte dei brividi lungo la schiena. Il primo è la Norvegia, dove i pescatori non di rado vengono inghiottiti dai gorghi del Maelström e dove, come gli racconta un marinaio, accade che chi resta per mesi senza viveri in mare aperto sia costretto, per sopravvivere, a cibarsi del cadavere di un compagno morto (da qui trarrà lo spunto per I superstiti del Télémaque, romanzo scritto tre anni dopo). Il secondo è l'arcipelago delle Galapagos, da dove invia a Paris-Soir un aggiornamento (piuttosto scombiccherato per oggettiva mancanza di notizie fresche) su un caso di cronaca nera che l'anno prima, il 1934, ha avuto vasta eco anche in Europa, con al centro una baronessa austriaca, i suoi due amanti, padre, madre e figlio tedeschi, un medico con la sua assistente, anch'essi tedeschi. Ci rimisero la pelle uno dei due amanti dell'austriaca e un norvegese arrivato chissà da dove. È l'insoluto «Galapagos Affair» che ispirerà a Simenon un altro noir, Ceux de la soif, ovvero Gli assetati, ovvero, con titolo soft e fuorviante, Hôtel del ritorno alla natura.

E poi, e soprattutto, c'è Tahiti. Quando vi giunge, Simenon va ad abitare nella casa che era stata fatta costruire, secondo i canoni della tradizione locale, dal grande regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau, quando lì quattro anni prima, nel 1931, aveva girato parte del film Tabù che fece scandalo per i seni scoperti delle ragazze. Un'altra tradizione, anzi leggenda locale, quella dei fantasmi detti Tupapau che, si dice, avevano terrorizzato l'attore Douglas Fairbanks, grande e grosso com'era, la prende sul ridere. Come pure con un sorriso sarcastico archivia la proposta di uno svizzero che vuole vendergli la prova certa che Gauguin fu avvelenato da un poliziotto... Il paesaggio non lo entusiasma: «Una graziosissima periferia con in più il mare e le palme da cocco». Il monopolio cinese delle attività commerciali lo indispettisce. Le americane ciccione che scorrazzano nude lo deprimono. Le fanciulle sorridenti che si fanno toccare le tette lo attraggono e lo soddisfano, in particolare durante una notte ad alta gradazione alcolica.

Ma il brivido più lungo, Georges Simenon lo prova al momento della partenza, quando ormai ha capito senza il minimo dubbio che il Paradiso in Terra non è nemmeno lì, ed è un brivido causato dal senso di colpa dell'uomo occidentale e civilizzato nei confronti di un popolo in estinzione: «Hanno cercato di trasmettere loro il gusto del cinema ma il cinema è fallito. Non sarà forse perché, dalla soglia di casa loro, preferiscono guardare il film senza fine che i bianchi, quelli che fanno nudismo come quelli che fanno politica, quelli che fanno affari come quelli che si fanno causa in tribunale, sciorinano continuamente sotto i loro occhi? Forse - ma non lo so - è questo che li consola del fatto di vedere la loro razza morire a poco a poco?».

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