Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 02:55
Cultura e Spettacoli

Talento, lacrime e sudore. Ecco i "Billy Elliot" italiani

Lo spavaldo e il timido, quello che punta alla serie A e quello che sogna di essere un Bolle. Soltanto uno di loro parteciperà al musical tratto dal famoso film

La danza di "Billy Elliot" nella Londra che sciopera

«Io Sono Billy Elliot». Stampata in rosso sulle t-shirt bianche, la frase sa di orgoglio, scaramanzia e consolazione assieme. Perché, in realtà, Billy Elliot sarà uno solo, fra i sedici ragazzini ora schierati davanti a Massimo Romeo Piparo. E nonostante le paterne assicurazioni del regista - «Questa non è una gara; qui non vince il più bravo» - ciascuno degli spavaldi ballerini sa che i provini per l'ambitissimo ruolo di protagonista nel più atteso musical della stagione, tratto dall'omonimo film inglese (ieri a Roma, per la «prima» del 5 maggio al Sistina) sono di quelli che possono cambiare una vita.

Hanno fra i 9 e i 13 anni, sono i migliori fra i circa 1200 che avevano fatto richiesta e i 200 che sono stati scremati: due soli di loro ce la faranno; uno per la stagione corrente, un altro per le eventuali successive. «Chi cerco? Billy Elliot. E cioè il ragazzino pieno di voglia di riscatto; non il piccolo mostro talentuoso - ci confessa il regista -. E ciascuno di questi ragazzi è già un Billy Elliot, perché tutti fanno danza nonostante la perplessità delle famiglie o lo scherno degli amici. In Italia, alla loro età, o giochi a calcio oppure, se vuoi ballare, sei “sospetto”». E racconta di due gemelli provinati mesi fa: «Uno sognava la Juve, l'altro Il lago dei cigni . E il primo sfotteva regolarmente il secondo». Stavolta, dunque, non conta soltanto la tecnica, ma soprattutto il carattere. E i sedici, sbalorditivi finalisti dimostrano di possederne eccome, sgambettando tip-tap e pirouettes sulle note di Elton John e Tchaikovsky, per sette ore filate.

«Papà voleva che facessi uno sport, io volevo fare danza - ammicca Leonardo, 9 anni -, ma l'ho avuta vinta io». «Se sono io Billy Elliot? - ribatte un tredicenne già troppo sicuro del fatto suo - No, io sono Matteo». C'è il piccolino simpatico ma impacciato; il grandicello dal portamento troppo navigato; quello con le orecchie a sventola che fa subito simpatia; quello più esperto la cui spavalderia (improvvisa anche un «flick»: sorta di salto mortale in avanti) potrebbe risultare controproducente, giacché qui anche la goffaggine ha il suo valore. E per tutti, le direttive perentorie ma provvide del coreografo-papà Roberto Croce. «Il vero problema in questi provini - confida Piparo - non sono i ragazzi, ma i genitori. Sono loro, spesso, a coltivare aspettative eccessive, ansie da prestazione. E ai provini per adulti la serenità che si respira qui è un miraggio». Anche se poi, a nemmeno cinque minuti dall'inizio, già gli tocca asciugare le prime lacrime infantili, quelle di un undicenne desolato che ha dimenticato a casa le claquettes per il tip-tap.

Mentre da una porta dischiusa sguardi ansiosi di madri spiano furtivi ogni minimo cenno sul suo volto, interpretandone il senso. «Da che parte guarda? -si preoccupa la madre di Luca -. Sta seguendo mio figlio? Oh Dio, no: sta digitando sul telefonino!». Eliana, madre di Matteo, giura: «Mai spinto mio figlio verso il mondo dello spettacolo. Se venisse scelto non temerei i rischi dell'ambiente: è già abituato a vivere fra gli adulti. E se venisse eliminato... ci rimarrei più male io di lui». Silva, insegnante di danza di Arcangelo (che proprio ora stupisce in una scatenata improvvisazione rock) conferma: «otto genitori su dieci sono i veri aguzzini dei figli. Per i ragazzi quest'esperienza è il parco giochi dell'artista». Poco o nulla, insomma, pare cambiato dai tempi di Bellissima ; il film di Visconti in cui Anna Magnani sognava per la propria pargola la vita negata a lei. E di cui, non a caso, Piparo ha appena acquistato i diritti, proprio per trarne un musical.

«Ma molte cose, nel frattempo, sono anche cambiate. Oggi seguiamo questi ragazzi con cautele e attenzioni di padre. I prescelti seguiranno regolarmente i loro corsi di studio, come prevede la legge. E, anche se loro ancora non lo sanno, tutti entreranno a far parte dell'Accademia Billy Elliot, laboratorio permanente in cui coltiveremo i talenti di domani». Nonché il Billy Elliot del 2016: a quest'età si cresce in fretta, e il piccolo talento scoperto oggi potrebbe diventerà l'inadeguato spilungone di domani. Intanto, mentre l'audizione macina ore e ore di prove (dopo la coreografia imparata a memoria, il tip-tap comune, il pezzo di danza classica), un paio di guantoni da boxe rossi attende in un angolo. Già: perché oltre che danzare, Billy Elliot deve anche saper tirare uppercut. Perché la sua rabbia è anche la sua gioia di vivere. E perché, come dice Leonardo (9 anni), «la danza mi rende felice. Anche quando sono triste».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.