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Solo per scelta si accusa Israele di "pirateria"

La pirateria, secondo il diritto internazionale, è un atto violento compiuto da navi private per fini privati. Qui, invece, abbiamo navi militari di uno Stato sovrano che operano per finalità di sicurezza

Solo per scelta si accusa Israele di "pirateria"
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Gentile Direttore Feltri,
in questi giorni Israele è accusato di tutto: genocidio, crimini di guerra, violazioni sistematiche del diritto internazionale. Ora anche di «pirateria» per aver intercettato alcune imbarcazioni dirette verso Gaza. Le chiedo: si è trattato davvero di un atto di pirateria oppure di un'azione legittima?
Mi affido, come sempre, al suo giudizio.

Roberto Costantino

Caro Roberto,
quando le parole vengono usate a casaccio, il dibattito pubblico smette di essere un confronto e diventa una recita. E in questa recita, Israele è il cattivo per definizione: qualsiasi cosa faccia, viene incasellata nella categoria del crimine. Ora siamo arrivati alla «pirateria». Termine evocativo, cinematografico, buono per titoli urlati e coscienze facili. Peccato che, giuridicamente, non c'entri nulla.

La pirateria, secondo il diritto internazionale, è un atto violento compiuto da navi private per fini privati. Qui, invece, abbiamo navi militari di uno Stato sovrano che operano per finalità di sicurezza. Già questo basterebbe a chiudere la questione. Ma evidentemente non basta, perché oggi non interessa capire: interessa accusare.

E allora proviamo a rimettere ordine.

La cosiddetta Flotilla non è una spedizione neutrale di benefattori disinteressati. È una iniziativa apertamente politica, che dichiara senza ambiguità il proprio obiettivo: forzare il blocco marittimo imposto da Israele su Gaza. Non si tratta, dunque, di navi casuali intercettate per capriccio, ma di imbarcazioni dirette deliberatamente verso un'area sottoposta a restrizioni, con l'intento esplicito di violarle. A questo punto, uno Stato ha due opzioni: aspettare che queste imbarcazioni entrino nella propria area di controllo, moltiplicando i rischi e le difficoltà operative, oppure intervenire prima, in modo preventivo. Israele ha scelto la seconda strada.

E l'ha fatto, come tu osservi, in acque internazionali. Apriti cielo. Ma anche qui conviene essere seri: il diritto del mare non vive nel vuoto, esiste insieme al diritto dei conflitti armati in mare. Se uno Stato ritiene di essere coinvolto in un conflitto e di dover far rispettare un blocco navale, può esercitare controlli anche al di fuori delle acque territoriali, a determinate condizioni.

Si può discutere se tali condizioni siano tutte soddisfatte. È legittimo farlo. Ma trasformare automaticamente quell'azione in «pirateria» è un'altra cosa, è becera propaganda. Perché, se accettassimo questa definizione, dovremmo concludere che ogni marina militare che intercetta, ispeziona o blocca imbarcazioni in contesti di tensione internazionale compie atti di pirateria. Una tesi grottesca, che nessuno prenderebbe sul serio se non fosse utile a sostenere una certa narrazione. Qui non c'è stata alcuna scorribanda di predoni in cerca di bottino. Non c'è stato saccheggio, non c'è stata violenza indiscriminata. C'è stata un'operazione di controllo condotta da uno Stato che, piaccia o non piaccia, rivendica il diritto di difendere i propri confini e di far rispettare un blocco che considera essenziale alla propria sicurezza.

Il punto vero, dunque, non è giuridico ma politico. C'è chi ritiene Israele colpevole a prescindere e piega ogni fatto a questa convinzione. E allora ogni parola diventa un'arma: genocidio, apartheid, ora pirateria. Parole pesanti, che dovrebbero essere usate con precisione e che invece vengono inflazionate fino a perdere significato. Io non ho la pretesa di santificare Israele né di assolverlo da ogni responsabilità.

Ma ho una certezza: se vogliamo discutere seriamente, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. E questa, mi dispiace per i professionisti dell'indignazione, non è pirateria. È un'operazione militare di uno Stato. Confondere le due cose non è un errore. È una scelta.

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