Tharaud, un pianista che sfida il tempo

Il pianista francese Alexandre Tharaud pare uscito da un acquerello del Petit Prince di Saint-Exupéry: il tempo sembra scivolargli accanto mentre vola da un capo all'altro del mondo per tenere concerti (il prossimo in Italia, sarà il 22 luglio nel rinato Festival di Ravello). Un recente film a lui dedicato, Il tempo rubato di Raphaëlle Aellig Régnier (dvd Erato), rivela, dietro al ritmo frenetico dell'attività concertistica: rituali, timori, scaramanzie e incubi di un'artista contemporaneo, come quello di una sala dal concerto che non si riempie. La sonante sala del LAC di Lugano dove lo abbiamo ascoltato (per LuganoMusica), era folta di pubblico attento al raffinato programma: Tharaud è partito con una mezza dozzina di gioielli sonatistici di Scarlatti, in cui ha mostrato il suo gusto sopraffino per abbellimenti capricciosi, mordenti e leggeri. Poi è andato in crescendo sonoro: Chopin (Fantasia op. 43), una sua trascrizione affascinante dell'Adagietto della quinta sinfonia di Mahler, e i Morceaux de fantaisie op. 3 di Rachmaninov, di cui quasi tutti conoscono l'arci-celebre Preludio in do diesis minore, anche se gli ultimi due pezzi non sono meno riusciti (Polichinelle e Serenade) e si adattavano come guanti all'estroso interprete. Tharaud suona tenendo la musica davanti agli occhi, sul leggio, come si trattasse di un concerto cameristico, di un discorso intimo con il suo strumento, senza mai mettersi davanti alla musica. Ha rivelato che il solo momento in cui dolori e lutti della vita scompaiono è quando suona. Tempo rubato. Per noi, per tutti, tempo ritrovato.

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