Torregiani e gli italiani in guerra senza saperlo negli anni di Piombo

Il film di Resinaro racconta la "condanna a morte" del gioielliere da parte dei terroristi

Torregiani e gli italiani in guerra senza saperlo negli anni di Piombo

Sono molto significative le ultime immagini di Ero in guerra ma non lo sapevo, il film diretto (molto bene) da Fabio Resinaro ed interpretato (altrettanto bene) da Francesco Montanari e Laura Chiatti, in arrivo nelle sale, (purtroppo) solo per tre giorni, dal 24 al 26 gennaio. E anche toccanti. Sono fotogrammi, risalenti al 1979, di una bara portata a mano, in chiesa, tra due ali di folla, mentre un giornalista racconta degli arresti conseguenti a quell'omicidio, rivendicato dai Pac, i Proletari armati per il comunismo.

Poi, un cartello avverte che il figlio della vittima, Alberto, colpito da un proiettile vagante durante l'attentato, rimarrà paralizzato e costretto sulla sedia a rotelle. La foto, che compare a corredo di quella scritta, è dell'uomo ucciso, il gioielliere Pierluigi Torregiani, ammazzato dai sedicenti rivoluzionari perché considerato un «giustiziere di estrema destra». Una scelta non casuale quella di Resinaro, di far terminare così il suo film, a dimostrazione che quello che si è visto nei precedenti 90 minuti, non era una delle tante fiction criminali, ma la fedele riproduzione dell'escalation che ha portato ad uno degli omicidi più tristemente famosi negli anni di piombo.

La «colpa» di Torregiani, che gli valse la condanna a morte, fu quella di essersi difeso durante un rapina, avvenuta 25 giorni prima, la sera del 22 gennaio '79, in una pizzeria, Il Transatlantico, di via Marcello Malpighi, a Milano, dove stava cenando insieme a familiari e amici. Aveva appena terminato una televendita di gioielli e la sua valigetta faceva gola al rapinatore Orazio Daidone. Torregiani, anche lui armato con regolare porto d'armi, ingaggiò una colluttazione col bandito; partirono alcuni colpi che uccisero non solo Daidone, ma anche un cliente, Consoli. Non fu Torregiani a sparare, ma il fatto che fosse armato bastò perché una parte della stampa lo etichettasse come «giustiziere». Era un periodo nel quale il terrorismo, a Milano, seminava vittime su vittime (Prima linea uccise, sette giorni dopo quella rapina, il giudice Emilio Alessandrini) e gli autonomi della Barona cercavano di tenere molto alto il livello dello scontro. Per la riunione che decretò la condanna a morte di Torregiani, fu condannato, per concorso morale, anche Cesare Battisti, che nel film non viene mai nominato, se non nei cartelli finali.

Torregiani finì sotto scorta e (ed è la parte su cui si concentra di più Resinaro) questo fatto finì per condizionarlo, anche in famiglia, oltre ogni limite. Uomo abituato ad agire, non accettava il dover sottostare alle regole rigide di una tutela imposta dallo Stato per salvaguardarlo. I clienti evitavano di entrare nella sua gioielleria e il telefono di casa suonava, ad ogni ora, sempre a vuoto, a suggello delle minacce ricevute. In pratica, secondo il film, per Torregiani quelle tre settimane furono una sorta di «morte civile», che precedette quella fisica.

Per i Pac, quelli come il gioielliere, ma anche come il macellaio Lino Sabbadin (ucciso lo stesso giorno dell'orefice) erano «uomini di estrema destra che praticavano autodifesa, che andavano sempre armati» e, per questo, meritavano di morire anche per vendicare chi «con le rapine porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro» . La sua morte avvenne la mattina del 16 febbraio. Il gioielliere, uscito senza scorta, venne freddato sotto gli occhi del figlio Alberto (il film è tratto dal suo libro omonimo) che fu colpito da una pallottola vagante, rimanendo paralizzato. E che ieri ha dichiarato: «Con l'arresto di Cesare Battisti non si chiude del tutto la storia di mio padre, ma si dà certamente più valore alle battaglie fatte. Va detto però che il film fa vedere bene come il linciaggio mediatico sia stato il vero motore di quell'omicidio».

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