Tre passi nel buio del gotico americano in compagnia di Shirley Jackson

Harold Bloom la "canonizzò" come la vera erede di Edgar Allan Poe

Non era bella: i capelli attratti dal caos, gli occhiali davano al viso un'aria da insetto. Sembrava una mosca. Nella fotografia ostenta la sigaretta e i quattro figli, attorno al tavolo: spicca la biblioteca - la leggenda la dice infinita -, la noia che trasuda dal volto dei pargoli. Lei, Shirley, piuttosto, indossa un ghigno famelico.

Non accennate alla sacralità del focolare. Shirley è perfino propensa ad accettare i tradimenti del marito, il critico letterario Stanley Edgar Hyman, che prediligeva le studentesse e a quel tempo era una celebrità - ora è relegato al ruolo di marito di Shirley Jackson e primo curatore delle sue opere. Basta che le lasciate due ore al giorno. «La mia situazione è particolarmente commovente. Per carità, non è triste come quella di un bambino orfano costretto a spazzare camini. Forse lo è di più. Sono uno scrittore che, a causa di una serie di sbagli innocenti e di incapacità di giudizio, si trova con una famiglia composta da quattro figli e un marito, una casa di diciotto stanze, nessun aiuto, due alani e quattro gatti e - se è ancora vivo - un criceto. Dovrebbe esserci anche un pesce rosso da qualche parte. Questo significa che ho al massimo un paio di ore al giorno da spendere sulla macchina da scrivere e circa sedici - mi concedo qualche ora di sonno - passate chiedendomi cosa preparare per cena, facendo entrare e uscire i cani, cercando di rendere dignitoso il soggiorno senza pulirlo, portando i bambini a scuola, a lezione di francese, a danza, a equitazione, poi andare in città...» (da Let Me Tell You. New Stories, Essays and Other Writings, 2015).

Due ore al giorno alla macchina da scrivere, tormentata dalle beghe familiari, cercando l'insolito sotto lo zerbino e l'orrido scostando la tenda della sala, sono state sufficienti a dare vita a un nugolo di racconti tra i grandi della letteratura americana (lo scatenato successo comincia 70 anni fa, quando il New Yorker pubblica La lotteria) e a fare di Shirley un fenomeno editoriale (le sue carte sono deposte alla Library of Congress), estetico - è il santino sulla scrivania di Stephen King - e popolare (l'anno scorso Netflix ha realizzato una serie sull'altro libro di culto, L'incubo di Hill House). «Riesce a farci paura senza usare particolari effetti narrativi o retorici», ha sintetizzato Harold Bloom nel 2009, canonizzando Shirley Jackson tra i grandi «della narrativa gotica americana», ritenendola l'erede di Edgar Allan Poe.

In realtà, il genio di Shirley sta nell'arte di carpire il particolare, di introdursi, come una mosca, nell'ingranaggio del quotidiano. Il cinismo. Il suo genio è un crudele, corroborante, cinismo. Nel trittico di racconti pubblicati come La ragazza scomparsa, nella traduzione di Simona Vinci (Adelphi, pagg. 78, euro 7) il più cinico è il primo, il più bello è il secondo, il più vago è il terzo. Il primo racconto è quello che dà il titolo al volumetto. Martha Alexander scompare dal campeggio estivo per sole ragazze, in una cittadina di provincia. Nessuno pare scardinato dal dolore: né la compagna di stanza - Betsy, che, educatamente, non la sopporta - né la polizia - incarnata dal «gentilissimo padre di famiglia», nonché idiota, sceriffo Hook - né la direttrice del «campo estivo femminile», Zia Jane, che «poco più di un anno dopo», al funerale della presunta Martha - pare sia suo il corpo straziato nel bosco, chissà - «si tamponò diverse volte gli occhi... dal momento che era arrivata fin lì da New York apposta per la funzione». Immaginate di shakerare Twin Peaks a Woody Allen: la miscela è la callida lucidità con cui Shirley Jackson disseziona l'indifferenza dei personaggi, tutti borghesi, tutti bravi, buoni, giusti, tutti innocenti, nella perversione del proprio privato, perciò colpevoli, tutti angeli e perciò indemoniati.

In Incubo, terzo racconto della sfilata, il tipico tipo da film di Hitchcock - Miss Toni Morgan, segretaria dal «dolce sorriso», efficiente e discreta, tacchi, devota all'eleganza - deve risolvere una richiesta del boss: consegnare un pacco all'altro capo della città. La ragazza, pronta di spirito ma pudica, sarà oggetto del desiderio ossessivo, per gioco e per disguido, di tutti i cittadini. Qui Shirley è straordinaria nel gestire la macchina della suspense, un po' meno nel risolvere il racconto, che lascia i denti in decollo: e ora, cosa azzanno?

Il racconto di mezzo, Viaggio con signora, è una meraviglia. Joe ha nove anni, i genitori lo caricano sul treno, deve passare le vacanze dai nonni. Il ragazzino non ne può più di mamma e papà e appena approda in carrozza «si abbandonò contro il morbido schienale, lanciò una rapida occhiata alle case che scorrevano a ritmo regolare dietro il finestrino e si disse: Questa sì che è vita». Poco dopo, nello stesso scomparto entra una donna («Era carina, aveva morbidi capelli, un sorriso piacevole»). Ricercata dalla polizia per una rapina, la tizia si finge la mamma di Joe, e lui brilla di felicità. Il cinismo, in questo caso, è temperato da folgorante ironia, che ricorda un po' le atmosfere di Un mondo perfetto, il film di Clint Eastwood.

Bombardata di tranquillanti, martirizzata dall'agorafobia, Shirley muore nel 1965, a 48 anni. «Unisciti a me, al mio mondo delirante», scriveva, «un mondo felice, irrazionale, pieno di fate e di fantasmi, di elettricità e di dragoni». Trovava le fate nel tostapane, il caos nella luce sfilata del frigorifero.

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