Un'avventura picaresca alla ricerca di Paolo Monelli e dell'arte del narrare

Una donna, i suoi due figli, un ex monaco e un cane. E una scommessa vinta

A vederlo da lontano potrebbe assomigliare a un vecchio camper troppo colorato. Non lo è, perlomeno non del tutto. È uno scuolabus riadattato, dove ora si può dormire e perfino lavare. A bordo ci sono cinque persone e si viaggia nelle terre di confine di una Lusitania irriconoscibile. Il volante è nelle mani di una donna che insegue una missione che lei considera imprescindibile. Si chiama Carla e potrebbe essere definita come una hippie irrisolta, mezza figlia dei fiori. Il marito l'ha lasciata scappando con la segretaria e lasciandola con due figli in arrivo. Da allora ha passato la vita a battersi contro ogni sopruso e da ogni sua battaglia ha ricevuto solo botte. La sua ossessione adesso è ridare una storia ai dimenticati. Non sono poveracci. È gente di grande spessore, artisti, geni, che la storia ha messo in disparte, come un'anomalia, perché lontani dai canoni riconoscibili, perché fuori etichetta.

Carla, nella sua battaglia, si fa accompagnare dai suoi due figli, due gemelli piuttosto speciali. Il primo è un genio, il secondo può sembrare uno sciocco. Uno filosofeggia e mostra una sapienza infinita, parla una lingua ricca e si muove senza problemi dallo gnosticismo alla fisica quantistica. A differenza di sua madre non ascolta musica di merda. L'altro sembra toccato da un angelo e ha la sensibilità dei poveri di spirito, conosce tutte le ninnananne del mondo e sa parlare agli animali. Il terzo personaggio sul camper è Giordano, un amico di Carla, che i bambini chiamano zio. È un ex monaco, un predicatore domenicano, che si è allontanato dalla Chiesa per capire fino in fondo il mistero di Dio. Ne ha pagato le conseguenze. Il quarto è un cane, che conosce tutto ciò che gli umani hanno archiviato e si aggiorna continuamente. L'uomo che stanno cercando di strappare dall'oblio è un giornalista, un romanziere, che ha cambiato le chiavi di scrittura di un mestiere che, proprio rinnegandolo, ora marcisce nei bassifondi della comunicazione.

Questi sono i protagonisti, e la scena, di un romanzo che sarebbe un peccato non leggere. È Il dannato caso del signor Emme (Exorma, pagg. 324, euro 15,70). L'autore è Massimo Roscia. La sua storia è un omaggio a un intellettuale del Novecento troppo in fretta messo da parte. Roscia, come al solito, lo fa a modo suo, costruendo un romanzo imprevedibile, appunto senza canoni, da autostoppista galattico, dove il vero è verosimile e il reale non è falso. La leggerezza e l'ironia sono la musica di sottofondo e tutto ciò che scrive non è mai bugiardo. È ricerca, minuziosa, accurata. Si scoprirà alla fine del viaggio che il signor Emme ha un nome e un cognome. Ci tocca svelarlo. È l'uomo in cui Roscia in fondo si riconosce. È Paolo Monelli, il giornalista che ha insegnato ai giornalisti l'arte del narrare. È il viaggiatore che sapeva raccontare il viaggio. È il ghiottone errante. È il tenente che combatte sul fronte dell'Ortigara. È l'autore di Le scarpe al sole, di Roma 1943 e di Mussolini piccolo borghese. È un sopravvissuto che ha sfidato la fortuna. «Ormai, tutti gli errori sono stati commessi. Ma sono come il giocatore che ha messo le ultime cento lire sopra un numero della roulette; sa che ha trentasei probabilità contro uno, eppure spera ancora di salvarsi». La magia di Roscia è svelare che il signor Emme non ha mai smesso di parlarci. Le nostre scommesse assomigliano ancora alle sue.

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