Il Valle? Fa concorrenza sleale agli altri teatri

Rivoluzionari a spese nostre. Nessun controllo, zero versamenti: gli abusivi godono di ogni favore

Il Valle? Fa concorrenza sleale agli altri teatri

Rodotà benedice gli occupanti. Lo fa alla conferenza stampa di presentazione della fondazione che vorrebbe, in futuro, gestire le sorti di uno dei teatri più antichi di Roma. Il teatro in cui Luigi Pirandello presentò per la prima volta i Sei personaggi in cerca d'autore. Dal giugno 2011, il suo triste declino. Un gruppetto di amici e colleghi, che solo qualche mese prima aveva tentato un'occupazione-lampo al Cinema Metropolitan, in via del Corso a Roma, ci riprova e rompe i lucchetti di uno spazio di proprietà pubblica, il Teatro Valle. Da quella data in poi, nei suoi palchetti, materassi e sacchi a pelo. I suoi camerini trasformati in monolocali attrezzati per ospitare emeriti sconosciuti anche all'arte. Documenti? Permessi? Da quel lontano giorno dell'occupazione, gli spazi del Valle sono out per la Legge. Nessun Vigile del fuoco, per esempio, durante tutti questi mesi ha varcato la soglia del teatro, nonostante la legge ne imponga la presenza in sale con capienza superiore ai 499 posti. In compenso il Comune di Roma ne paga, inspiegabilmente, i consumi.
Lontani anche i controlli relativi alle attività artistiche e culturali. Zero versamenti per agibilità Enpals per messe in scena, letture, performances, prove, corsi. Nessuna assicurazione. Nessun pagamento dei diritti Siae (eppure, una sorta di biglietto, travestito da offerta spontanea, consigliata a otto euro, si paga). Una vera ecatombe della legalità. Che si somma all'occupazione abusiva di bene pubblico, al mancato incasso per interruzione di stagione teatrale, ai danni all'Erario per circa due milioni di euro.

Ma, leggendo i giornali, sui responsabili di questa catasta di responsabilità gravissime, il nulla. La comunicazione, ancora schiava di una sinistra Sinistra, non li tocca mai. Non ce li dice, i nomi. Ne cita solo due o tre di facciata. Non di loro vogliamo parlare. Vorremmo sapere i nomi di chi sta usurando poltrone, scene, impianti. Di chi sta impedendo intere stagioni di spettacoli. Di chi sta lasciando a casa centinaia di maestranze e di attori. Di chi usa il foyer (peraltro, di proprietà privata e che aspetta di ricevere oltre 400mila euro di affitti non pagati) come osteria e bancarella da esposizione. I nomi di chi sta provocando la chiusura di decine di sale a Roma, svantaggiate da un'offerta falsamente conveniente proposta sulle tavole del Valle. Che non è decollato e non decollerà. Perché, detto fra noi, i debiti chi li paga? E chi rimetterà a posto la sala, dopo questo scellerato biennio di autogestione? Una fondazione con capitale sociale rappresentato solo da qualche donazione? Non basta. Fondazione, peraltro, di cui il centrodestra romano denuncia l'illegittimità, in quanto si basa e prende nome da un fondo che non appartiene ai soci, mentre «la proprietà del bene è conditio sine qua non perché si possa costituire una fondazione». Rodotà non lo sa? Una cosa è certa: oggi per assicurarsi «la direzione» e il possesso di un teatro basta occuparlo. E aspettare.

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