A Vienna riapre (con un lapsus) la casa-museo di Sigmund Freud

In Berggasse 19, a Vienna, nella casa dove Sigmund Freud visse e lavorò dal 1891 al 1938, è stato riaperto da poco il Museo a lui dedicato

In Berggasse 19, a Vienna, nella casa dove Sigmund Freud visse e lavorò dal 1891 al 1938, è stato riaperto da poco il Museo a lui dedicato (www.freud-museum.at), dopo restauro e riallestimento costati 4 milioni di euro e pagati da Stato, città e privati.

Accessibile nella sua integrità, compresi appartamenti vicini mai abitati dalla famiglia Freud, l'edificio ospita ora nell'ex ambulatorio alcune opere di artisti concettuali contemporanei ispiratisi a temi psicanalitici, come Ilya Kabakov, Pier Paolo Calzolari, Robert Longo... AL piano nobile si trovano la Biblioteca della psicoanalisi, con oltre 40mila titoli, e l'Archivio Sigmund Freud. Mobili originali, donati dalla figlia Anna quando il museo fu fondato nel 1971, si trovano solo nell'ex sala d'aspetto. Non c'è il celebre divano, che è nel Museo Freud di Londra insieme a gran parte della collezione archeologica (solo un centinaio i pezzi a Vienna). Una scelta, hanno dichiarato la direttrice Monika Pessler e la curatrice Daniela Finzi. Non mancano oggetti, immagini e fotografie originali su vita e opere di Freud, ma un rilievo particolare è dato alla storia dell'edificio, che narra di appartamenti utilizzati dai nazisti, dopo l'Anschluß del 1938 e la fuga di Freud, come alloggi comuni per 79 austriaci d'origine ebraica prima della deportazione, nel 1942.

Secondo le intenzioni infatti il Museo, oltre che introdurre al luogo d'origine della psicanalisi, vuole essere memoriale dell'olocausto. La stessa parziale assenza di arredi originali intende suggerire la cesura determinatasi con l'esilio di Freud e di parte della famiglia a Londra, dove gli riuscì di portare la fetta più sostanziosa del suo patrimonio.

Una funzione quella di memoriale dell'olocausto che alla riapertura del Museo viennese è stata sottolineata sia dal presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen, ma soprattutto dalla Pessler: «Raccontiamo la storia di quest'edificio oltre il 1938 per narrare le storie di vicini ebrei di Freud, uomini e donne, che non poterono lasciare Vienna, come lui, e che in gran parte, dopo essere stati deportati, persero la vita vittime dei nazisti nei campi di concentramento».

Un'ambizione forte e scelte coerenti, ma fino a un certo punto. Fino a quando non ci si pone una domanda, anzi un paio collegate tra loro: perché neppure una parola sulle quattro sorelle di Sigmund, Rosa, Marie, Adolfine e Pauline, inspiegabilmente escluse da Freud nella lista delle persone che con lui avrebbero dovuto lasciare Vienna per Londra, dunque abbandonate nelle mani dei nazisti (morirono tutte nei lager)? E come non ricordare che quella fuga fu possibile grazie al nazista Anton Sauerwald, un chimico scelto da Hitler come Kommissar per gestire attività e patrimoni ebraici in Austria?

Storie scomode sulle quali non è stata ancora fatta del tutto chiarezza. Zone d'ombra che si ha paura di affrontare, forse per il timore di scoperte inquietanti Ci vorrebbe un certo dottor Freud.

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