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La paura è di rigore

Dal 19% di errori dal dischetto, si è ora saliti al 23. Fra le cause anche la pressione, scarsa personalità e social

La paura è di rigore
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"David ha sbagliato un rigore identico a quello fallito in Giappone-Canada: solo che Juve-Lecce non era un'amichevole e un giocatore della sua esperienza doveva scegliere un modo diverso di calciare, visto il momento delicatissimo".

Andrea Stramaccioni ha le idee chiare sul cucchiaio che non ha raccolto i tre punti per i bianconeri. Ultimo di una serie di imprecisioni che nella stagione in corso ha reso decisivo solo il 77% dei 52 rigori, contro la media del 19% di errori dell'ultima decade di A. "David ha un curriculum di 31 gol su 39 calci piazzati, spesso decisivi. Locatelli e Yildiz, che gli hanno consegnato la palla, ne fanno 8 insieme. Ma se la palla ti è data dai compagni per aiutarti, devi ripagare il gesto con una scelta di tiro diversa", spiega l'ex allenatore di Inter e Udinese. "Il fatto è che si standardizza la delega delle responsabilità, ma non tutti sono allenati per assumersela", contestualizza Samuele Robbioni, già mental coach del Como. "È come se un chirurgo chiedesse al tirocinante: te la senti di fare un'operazione a cuore aperto? Manca tantissimo il rispetto delle gerarchie, tra l'altro oggi in cui l'aspetto social e mediatico incide tantissimo", trasformando la responsabilità in un peso e il penalty in uno psicodramma. "Giocatori a cui è attribuita pressione importante segnano il 65% delle volte, percentuale che sale all'89% quando questa pressione formale non è riconosciuta". Se un rigore può determinare il jolly per la vittoria, poi, "nel 92% dei casi sarà gol, mentre se si calcia per evitare una sconfitta, il successo scende al 62%". Considerazioni a cui si somma il peso instagrammabile degli errori e "la mancanza di esperienze valoriali fuori dal campo, che accrescerebbero la consapevolezza emotiva", conclude Robbioni.

"I media amplificano gloria e negatività", concorda Giovanni Stroppa, a 3 punti dalla vetta di B con il suo Venezia, "ma oltre alle distrazioni ci sono le info per essere professionisti esemplari. In David, più che presunzione ci vedo paura: lo si nota nella rincorsa, non guarda mai il portiere. Del resto, se ogni volta che tocchi palla ti viene evidenziato l'errore, l'aspettativa è molto forte". Stroppa storce il naso sulla scelta di Yildiz di delegare il rigore: "Ok al passaggio di consegne per aiutare un compagno in difficoltà, ma diverso è dargli la responsabilità sull'1-1: è mancanza di personalità di chi consegna il pallone".

Anche perché, se un portiere studia ogni tiratore, "il calciatore bada essenzialmente al proprio gesto tecnico", conclude Simon Barjie, che dei lagunari è responsabile atletico del vivaio, dove già si inizia "a coltivare un'arte in cui ci si specializza nel tempo".

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