Addio Milani, meteora della grande Inter

Addio Milani, meteora della grande Inter

Aurelio Milani forse non sarebbe mai passato alla storia del calcio, se il destino non l'avesse portato al posto giusto nel momento giusto. Non siamo alla sindrome di Ringo Starr, l'uomo che suonando la batteria entrò nella leggenda dei Beatles, ma poco ci manca. Eppure questo centravanti di stazza, voluto fortemente nella grande Inter da Helenio Herrera e morto ieri a 80 anni nella sua Milano, ha saputo mettere la firma su quella che forse resta ancora oggi la più leggendaria vittoria nerazzurra, la prima coppa Campioni conquistata a Vienna nel '64. In quella finale contro i mostri sacri del Real non segnarono Puskas e Di Stefano ma arrivò la doppietta di Sandro Mazzola intervallata proprio da un gol di Aurelio Milani, una «stangata» da fuori area (per usare la terminologia di Nicolò Carosio nella telecronaca dell'epoca) di questo centravanti che in quella stagione si rivelò la spalla ideale per i giocolieri nerazzurri, un attaccante di stazza e di manovra che apriva i varchi per Mazzola, per Corso e per Jair.

Nella grande parabola di quell'Inter straordinaria c'è una formazione che tutti hanno mandato a memoria, che cominciava con Sarti, Burgnich, Facchetti e finiva con Suarez e Corso. Un blocco quasi inamovibile per tutto l'arco degli anni Sessanta, una formazione immutabile per dieci undicesimi, tranne che nel centravanti: lo strano destino di quella squadra volle infatti che ogni anno ne cambiasse uno, cominciando da Beniamino Di Giacomo per arrivare fino a Boninsegna, che pose fine alla girandola passata attraverso Hitchens, Peirò, Vinicio, Nielsen e, appunto, Milani. Anche la sua parentesi nerazzurra, infatti, durò pochissimo, appena una trentina di partite in due stagioni con 7 reti, poi una brutta ginocchiata alla schiena in una sfida con la Dinamo Bucarest lo costrinse a chiudere in serie C.

Forse, senza quel colpo a tradimento, avrebbe giocato qualche partita in più, ma va anche considerato che Milani arrivò all'Inter ormai trentenne, avendo vissuto la sua miglior stagione un paio d'anni prima, con la Fiorentina, capocannoniere del campionato con 22 reti in condominio con Josè Altafini. All'Inter però fece in tempo a vincere tutto: uno scudetto, due coppe Campioni, un'Intercontinentale, poi si defilò attraversando anche qualche guaio fuori dal campo per storie di commerci strani con la Jugoslavia. Per venirne fuori ebbe bisogno dell'aiuto di Fraizzoli, segno che l'Inter comunque restò sempre nel suo destino.

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