Ancelotti in quarantena: «Questa Premier è meglio della politica»

Il suo Everton è in autoisolamento: «Qui il calcio si è sospeso per il virus. Ma il governo non agisce»

«Come va lassù Carlo?». Questa non è una delle tante interviste concepite nei giorni spensierati del calcio europeo e realizzate per raccontare di gol e di emozioni, di sfide suggestive e di imprese memorabili. Questa è una semplice telefonata, una delle tante che in questi giorni di «restate a casa», si fanno con parenti e ad amici di antichissima data, sul filo degli affetti, per avere notizie e riscontri. Carlo Ancelotti, dal 21 dicembre 2019 allenatore dell'Everton, è un sincero amico di moltissimi di noi e di voi ed è in queste ore a Liverpool a contatto con un'altra realtà del coronavirus. «Sono chiuso in casa con mia moglie, in auto-isolamento, al pari di mio figlio Davide e della sua famiglia» la risposta puntuale con la solita voce calda che segnala e conferma il Carlo Ancelotti di sempre. Eppure la sequenza delle notizie provenienti dal calcio inglese non è delle più rassicuranti: tre calciatori del Leicester positivi, a cui si è aggiunto Arteta, manager dell'Arsenal. «Adesso anche per uno dei nostri c'è il sospetto del contagio e per questo motivo il club ha deciso di proclamare l'auto-isolamento»: l'informazione è già arrivata attraverso siti e giornali e da quelle parti il calcio, che pure muove una montagna di sterline, si è mosso prima di tutti. Per un giramondo come lui che adora quel calcio, quel clima negli stadi e che adesso i Toffees, i fan dell'Everton, chiamano «Carlo fantastico, Carlo magnifico» la consolazione arriva proprio dalla Premier. «Sono stati subito operativi: appena hanno avuto notizia dei contagi hanno deciso di sospendere il campionato fino al 3 aprile. Non avrebbe avuto senso continuare, anche se, nel comune sentire, non c'è ancora la consapevolezza della gravità della situazione» è la sua riflessione pacata che non nasconde però l'imbarazzo e persino lo smarrimento per la frase di Boris Johnson ripetuta da tutti i telegiornali. Carlo ha sentito scandire bene «bisogna abituarsi a perdere i vostri cari» e l'ha considerata una dichiarazione «raggelante», anche perché nel frattempo dall'Italia gli sono arrivati, di prima mano, notizie e aggiornamenti di segno opposto.

«Come va a Milano?». Questa volta è Carlo a chiedere e a informarsi dopo aver passato in rassegna giornali e tv, sentito dalla viva voce dei tanti amici conservati in ogni angolo della Lombardia, i dettagli di questa pandemia. «Ho sentito che vogliono allestire un padiglione della Fiera di Milano per realizzare 500-600 posti letto da attrezzare per la terapia intensiva» è la conferma puntuale che è sul pezzo stando a Liverpool, come gli è capitato puntualmente, senza tradire un briciolo d'ansia. Non per niente l'hanno ribattezzato il leader calmo. «E invece da voi che misure hanno adottato?»: la curiosità è legittima e prelude a un resoconto stringato. «Le raccomandazioni di queste ultime ore sono state molto stringate: chi ha dei sintomi deve restare a casa, gli altri possono uscire. E perciò la vita ha ripreso a scorrere quasi normalmente qui a Liverpool e nel resto dell'Inghilterra. Ho ascoltato una motivazione di questo tipo: perché il virus al massimo può contagiare una o due persone. Anche le scuole sono rimaste aperte perché, hanno spiegato, i bambini non vengono attaccati dal virus, senza considerare che in caso di positività, tornando a casa, possono trasmetterlo agli altri famigliari» è il resoconto pieno di stupore e forse anche di smarrimento. Prima dei saluti e degli abbracci telefonici che di questi tempi riescono a riscaldare il cuore.

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