Angelo Massimino, l’altro vulcano di Catania

Self made man, autoritario, passionale: il Presidentissimo Angelo Massimino ha amato Catania in modo totalizzante e viscerale

Da Wikipedia

A fine giornata si fermano tutti: la stanchezza accumulata lavora le giunture, ma la voglia di prendere a calci un pallone è insopprimibile. Lì, tra mucchietti di mattoni e quintali di calcestruzzo, si consuma la passione di un gruppo di muratori sospinti da un uomo infuocato: di nome fa Angelo. Il cognome è Massimino. Spremere sudore è un vizio di famiglia: è così che sette fratelli fanno avverare circostanze impronosticabili. Da semplice manovalanza a costruttori edili. Catania e la Sicilia intera sono terreno fecondo. L’abbinamento tra calcio e impresa, storia di una chimica vecchia come il mondo, è destinato a divampare.

Quando gli spazi iniziano farsi più angusti in patria, lui emigra in Argentina. È il 3 gennaio del ’49 e con sé porta anche la moglie Graziella Codiglione: se ne era invaghito quando lei aveva soltanto sedici anni e, vincendo la naturale ritrosia della famiglia, era riuscito a sposarla. Ecco uno dei tratti che maggiormente lo identificano: Massimino è risoluto, ai limiti della cocciutaggine. Per il Sudamerica salpa anche con la figlia piccola, perché la famiglia unita è un altro cardine ineludibile del suo personale manifesto. Ai confini della Pampa resterà soltanto per due anni. Abbastanza, comunque, per tessere proficue relazioni commerciali e tornare in patria con il petto più gonfio di prima.

Il sogno autentico però non ha a che fare con le costruzioni. Si chiama, piuttosto, Catania calcio. Angelo lo lambisce per la prima volta nel ’58 quando, assieme al fratello Turi, tamburella con quelle dita ruvide e nodose alla porta di un club inguaiato. Servono soldi? Per fortuna lui può rovesciarne a valigiate sul tavolo. Il presidente, l’ingegner Michisanti, si sfrega le mani. Bene, i fratelli Massimino entrino pure a far parte della società, ma come suoi vice, s’intende. Per un uomo dell’orgoglio di Angelo il fatto è oltraggioso. Non lo vogliono sul serio? Vorrà dire che fonderà una squadra sua.

Detto, fatto. Sbarca in serie D con un club che è sublimazione del suo discutibile egocentrismo: la Massiminiana. Occhio però, perché qui si intravede anche il guizzo che travalica l’ordinaria amministrazione. Massimino è presidente, ma anche osservatore. E pure direttore sportivo, all’occorrenza. In attacco, per dire, spunta un imberbe Pietro Anastasi. Questione di polso: il suo vibra per il calcio così come per l’edilizia. Il matrimonio con il Catania però è soltanto posticipato. Nel ’69 il club torna a solcare acque limacciose. L’arrivo di Angelo evita che affondi indecorosamente.

Il percorso inarrestabile di Massimino

Il primo anno è una spolverata generosa di entusiasmo. I rosso azzurri approdano in Serie A, trainati dalle reti di Aquilino Bonfanti e dalla gestione impeccabile di Egizio Rubino. Dura pochissimo: l’anno dopo la squadra sprofonda in B e la contestazione della piazza, umorale nel senso più esasperato del termine, dilaga subito furente. Massimino si danna, ma i risultati languono. Quando il Catania si inabissa addirittura in C, promette di dimettersi. Servirà un quadretto da commedia all’italiana, con il sindaco Ignazio Marcoccio che lo supplica di ripensarci, per scongiurare la decisione.

Angelo si rimette in sella, poi si prende un anno sabbatico, molla e ritorna per tre volte nel corso del suo lungo interregno. “Vado in Brasile a prendere due giocatori che non vi posso dire”, dichiara un giorno teatralmente, seducendo la stampa. Colpi che sfodera a ripetizione e che fanno parte di una personalità scoppiettante, impossibile da contenere. Con lui al timone il Catania alterna campionati esaltanti a momenti rivedibili. Nel 1983 riconquista la Serie A, ma la stagione successiva pare la sceneggiatura di un horror: soltanto una vittoria in trenta partite, malgrado i verdeoro Luvanor e Pedrinho, misti all’estro di un giovanissimo Andrea Carnevale.

Massimino si dimette nel 1987, ma torna di nuovo dal 1992 al 1996, l’anno della sua tragica scomparsa in un incidente stradale. Il vecchio Cibali oggi porta il suo nome. In città, ogni tanto, spunta un affresco pittorico dedicato alla sua memoria. Il catino rosso azzurro è ancora punteggiato di striscioni che inneggiano alle sue gesta. Presidentissimo e dunque, come ogni esponente della categoria, sovrano che si spinge ai limiti del despotismo.

Divisorio in vita, beatificato dal tifo catanese al momento della sua improvvisa dipartita. Ha amato Catania di una passione viscerale, magmatica. Quella con cui sbuffano i vulcani. Da queste parti, di sicuro, non hanno avuto solo l’Etna.

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