Barrichello, la vittoria che fa piangere

Rubens Barrichello possiede una dote unica: sa intenerire quando perde, sa intenerire quando vince. Chi lo critica non riesce mai a infierire, per cui s’emoziona d’ilarità se il brasiliano combina qualche pirlata e s’accalora di stupore quando torna alla ribalta. Come ieri a Valencia. È naturalmente, intimamente, involontariamente cerchiobottista, Rubinho. In pista, nel bene come nel male, fa cose che mettono d’accordo tutti.
E poi sa piangere. Dalla De Filippi sarebbe ospite fisso e commentatore a vita. Tra gli squali della formula uno è un E.T. di Spielberg che ha sostituito «telefono... casa» con «corro... casa». Non ha nulla da spartire con i colleghi del mondo che sfreccia a 300 all’ora. È un family man, un papà vero, un marito devoto che appena tolto il casco, giusto per rimanere allenato, piange un poco al telefono con il piccolo Eduardo rimasto a San Paolo. È buono, Rubinho; è educato, gentile e, cosetta non minore causa l’oscuramento subito in carriera da Michael Schumacher, è pure veloce e sa mettere a posto le macchine. Certamente meno dell’enormità teutonica, ma spesso più di molti suoi colleghi anche più giovani. Non a caso Ross Brawn, braccio operativo di Jean Todt alla Ferrari dei mega successi, non appena diventato proprietario dell’omonimo team, ha richiamato il già pensionato Barrichello. È successo in zona Cesarini, quando ormai tutti davano per certo l’arrivo di Bruno Senna, nipote del mito Ayrton. Invece no. Ross ha rinunciato ai ricchi sponsor del nipote d’arte e voluto il vecchio Rubinho sulla neonata BrawnGp, così da svilupparla, così da portarla spesso al traguardo senza inciampare in certe intemperanze giovanili. Per di più, sapendolo allenato ai compagni ingombranti dopo una vita trascorsa con Michael.
Quattro anni dopo aver lasciato la Ferrari, cinque stagioni e 85 Gran premi dopo la sua ultima vittoria, il 37enne brasilero è tornato in vetta e l’ha fatto nel giorno in cui il suo compagno e leader del campionato, Jenson Button, si portava a casa due scarni punticini. Per dirla: tra i due ci sono 18 punti e 6 Gp da disputare. Per dirla: Rubinho è in lotta per il titolo.
Che meraviglia sarebbe: lui campione del mondo che piange, quelli che non lo sopportano che piangono perché vederlo piangere li fa piangere. E quelli che lo amano? Immaginateli fasciati da sudari d’emozione. E che meraviglia godersi i commenti di kaiser Schumi, l’ex compagno e prima guida, l’ex migliore di tutti che ieri ha rovinato le belle parole appena dedicate alla gara di Paperino Badoer. È bastato chiedergli del brasiliano. Domanda: «Michael, sei contento per Rubens? Quando vinse l’ultima volta era in squadra con te?». Risposta: «Ah, boh, così... niente, no, bravi». E suvvia Schumi, non potevi dire ’sto bravo a Rubinho e chiuderla lì?
Cronometro alla mano, Barrichello ha impiegato una ventina di minuti per lasciare il paddock valenciano. Lo fermavano tutti, amici e nemici. Erano complimenti e - giusto per rimanere sempre in allenamento - erano lacrime. Tra gli amici, l’incontro con il general manager del Cavallino, Stefano Domenicali: «Bravo, bravo, bravo» gli ha più o meno detto il ferrarista, «grazie, grazie, grazie» ha risposto Rubinho, aggiungendo «e saluta tutta la squadra, ho visto che era uscita sul muretto anche per me...». E poi il capo Bmw, e poi quelli McLaren che ieri gli hanno regalato la vittoria, e poi giornalisti, custodi e anonimi, soprattutto anonimi.
Rubens è questo. È il ragazzo che nel ’94, poco dopo essere stato designato da Ayrton Senna a suo erede, da una camera d’ospedale vede il mito sfracellarsi al Tamburello di Imola. Barrichello era a letto malconcio dopo aver rischiato la pelle nelle prove dello stesso Gp. Rubens è il pilota nel fiore degli anni che a Zeltweg, anno 2002, dopo pole e gara dominata, è costretto dal box della Rossa ad alzare il piede e far passare Schumi. «Lo feci solo all’ultimo», confesserà molti anni dopo, «perché avevo deciso di non ubbidire ma all’ultimo giro mi dissero che così avrei messo a rischio il rinnovo del contratto...».
Rubens è soprattutto lo splendido uomo che a Budapest ha vissuto il dramma di Massa con addosso un naturale senso di colpa: la molla maledetta che aveva colpito Felipe si era staccata dalla sua macchina. È l’uomo che ha pregato e più volte fatto visita all’amico, che l’ha chiamato e, c’è da giurarci, è rimasto allenatissimo in quanto a lacrime. È l’uomo che a Valencia ha corso con indosso il casco dedicato a Massa, “ci vediamo presto in pista”, che ha vinto e che, sceso dall’auto, ha cercato le telecamere indicando la testa e la scritta per urlare «Felipe, questa vittoria è tutta per te».

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