Le battute screanzate di Donald Trump sulla difesa della Groenlandia – piattaforma strategica prediletta dagli Stati Uniti per il posizionamento dei vettori di lancio dei missili balistici intercontinentali diretti contro i nemici esistenziali della vecchia e nuova Guerra Fredda, per ragioni tanto fisiche quanto tattiche – affidata, a suo dire, a slitte trainate da cani, contengono in realtà un fondo di verità che gli americani non dovrebbero irridere, ma piuttosto ricordare e onorare.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, furono proprio le slitte trainate da mute di cani husky a consentire alle Forze Armate degli Stati Uniti di svolgere compiti fondamentali per la difesa dell’isola più grande del mondo. Con la firma dell’accordo di protezione tra la Groenlandia e gli Stati Uniti, nell’aprile del 1941, Washington assunse la responsabilità diretta della sua sicurezza. In un ambiente estremo e privo di infrastrutture, le slitte permisero missioni di pattugliamento che oggi definiremmo ISR – Intelligence, Surveillance and Reconnaissance – e raid mirati contro gli avamposti che i tedeschi tentavano di installare per condurre rilevazioni meteorologiche avanzate. Informazioni preziose, che avrebbero garantito alla Germania un vantaggio cruciale nella previsione delle condizioni atmosferiche sull’Atlantico, dove si conduceva una feroce battaglia navale e di approvvigionamento. Le previsioni del tempo erano infatti un fattore determinante per la pianificazione militare: una stazione in Groenlandia avrebbe potuto garantire alla Germania anche solo un giorno di vantaggio sulle condizioni dell’Atlantico, un margine che gli Alleati erano determinati a negare ai tedeschi, che, dal canto loro, tentarono diversi raid aerei per distruggere le stazioni metereologiche stabilite nelle Svalbard e sulla piccola isola norvegese di Jan Mayen, dove sono ancora visibili i resti degli sfortunati bombardieri, per lo più Ju-88 e Fw-2000, che fallirono la loro missione.
Possedimento danese strategicamente collocato tra il Nord America e l’Europa, la Groenlandia rappresentava un punto ideale per la raccolta di dati meteorologici essenziali per le previsioni del tempo nel Nord Atlantico e sul continente europeo. Fu l’esperienza pionieristica della Guardia Costiera statunitense nell’esplorazione del Mare del Labrador, maturata nell’ambito della missione internazionale di pattugliamento dei ghiacci, a renderla il corpo più adatto a guidare le operazioni. Già prima dell’entrata ufficiale degli Stati Uniti nel conflitto, unità della Guardia Costiera operavano stabilmente in Groenlandia e nelle acque circostanti.
Nel giugno del 1941 venne così organizzata la Pattuglia della Groenlandia Nord-orientale, posta sotto il comando del Capitano di Vascello Edward “Iceberg” Smith, della Guardia Costiera degli Stati Uniti. La sua principale preoccupazione era impedire che il nemico installasse stazioni meteorologiche lungo la vasta, frastagliata e quasi completamente disabitata costa nord-orientale dell’isola. Accanto alle navi capaci di navigare tra i ghiacci che pattugliavano dal mare, fu costituito anche un piccolo gruppo di coraggiosi cacciatori danesi, norvegesi e groenlandesi Inuit incaricati di sorvegliare un tratto di costa lungo oltre 1.100 chilometri, muovendosi esclusivamente su slitte trainate da cani. Operando a centinaia di chilometri oltre il Circolo Polare Artico, la Pattuglia della Groenlandia Nord-orientale divenne una delle unità militari più singolari dell’intera guerra.
In quella che può essere a buon titolo considerata una delle campagne meno conosciute del secondo conflitto mondiale - l'ultimo soldato tedesco si arrese proprio nell'Artico, consegnando la sua pistola Luger come segno di resta il 4 settembre del 1945 - quella contro le stazioni meteorologiche dell’Asse in Groenlandia era prima di tutto una lotta dell'uomo contro la natura. Come scriveva Jack London in Zanna Bianca: "Il Nord non ama il movimento. La vita è per esso un insulto, perché la vita è movimento; e il selvaggio Nord si prefigge sempre di distruggere il movimento. Congela l'acqua per impedirle di correre al mare; fa uscire la linfa dagli alberi fino a che il loro cuore vigoroso non è assiderato, ma la sua maggiore ferocia e determinazione la impiega per soggiogare l'uomo e costringerlo a piegarsi". Ed era con questo, prima ancora che con il nemico, che gli uomini inviati ai confine del mondo dovevano confrontarsi.
Il primo scontro diretto tra forze statunitensi e tedesche avvenne nel settembre del 1941, mesi prima dell’entrata formale degli Stati Uniti in guerra. Il cutter della Guardia Costiera Uss Northland catturò la nave norvegese Buskoe e arrestò tre operatori tedeschi che gestivano una stazione meteorologica a terra. Nel frattempo, la cosiddetta Sledge Patrol – composta da quindici uomini, un eterogeno e non sempre concorde gruppo di norvegesi, danesi e Inuit, sostenuti dagli Stati Uniti – percorreva la costa ghiacciata della Groenlandia su slitte trainate da cani, operando in piccoli team di due o tre uomini. Sebbene troppo ridotte per attaccare direttamente le installazioni nemiche, queste pattuglie segnalavano le posizioni alla Guardia Costiera, costringendo i tedeschi a un estenuante gioco del gatto e del topo.
La pattuglia subì un attacco mortale nel 1943, quando le forze tedesche assaltarono la base di Eskimonaes, uccidendo Eli Knudsen, l’unica vittima dell’unità. La campagna si concluse nell’ottobre del 1944, quando il cutter Uss Eastwindindividuò e attaccò l’ultima stazione meteorologica tedesca sull’isola di Little Koldewey. La squadra da sbarco, addestrata alle tattiche di commando, conquistò il sito cogliendo di sorpresa il presidio e sequestrandone gli archivi. Con quell’azione, i tentativi della Germania di mantenere stazioni meteorologiche costiere in Groenlandia terminarono, anche se pescherecci e unità ausiliarie continuarono a operare al largo ancora per qualche tempo.
Oggi, la Sledge Patrol sopravvive come unità attiva della Marina Reale Danese come "Sirius Dog
Sled Patrol", testimonianza di un capitolo poco noto ma decisivo della guerra nell’Artico, combattuta non con divisioni corazzate, ma con slitte, cani e uomini capaci di resistere dove il mondo finiva nel ghiaccio.