C'era una volta la Jugoslavia dei fenomeni Ora i suoi figli fanno grande mezza Europa

Di Savicevic l'ultimo gol. Oggi avrebbe Dzeko con Mandzukic. E Ibra è svedese...

C'era una volta la Jugoslavia dei fenomeni Ora i suoi figli fanno grande mezza Europa

Il 13 novembre 1991 la Jugoslavia espugnava il Prater di Vienna e si assicurava la qualificazione a Euro 92. A quel torneo non ci sarebbe mai arrivata, esclusa dalla risoluzione Onu che decretava l'embargo contro la federazione jugoslava, già in pezzi per l'uscita di Croazia e Slovenia. Al posto di una delle nazionali più forti dell'epoca sarebbe stata chiamata la Danimarca, e il resto è storia. Lo sloveno Srecko Katanec ha detto che se fosse rimasta unita, a Euro 92 quella Jugoslavia avrebbe schiantato gli avversari. L'undici ideale parla da solo: Ladic in porta, difesa a quattro Mirkovic, Djukic, Spasic e Jarni, mediana con Boban, Katanec, Stojkovic e Prosinecki, attacco con Savicevic e Suker. Poi la panchina, con Mihajlovic, Bilic, Jugovic, Binic (misconosciuto esterno così veloce che, quando Carl Lewis si recò a Belgrado per un meeting di atletica, chiese di poterlo sfidare), Stanic, Mijatovic e Bokic. La selezione che scese in campo al Prater era composta considerate anche le sostituzioni da 4 montenegrini, 3 bosniaci, 3 serbi, 2 sloveni e 1 montenegrino. Mancavano solo i croati, già usciti dal gruppo. Sarebbe stato l'ultimo atto ufficiale della nazionale jugoslava. 2-0 all'Austria, con Savicevic autore dell'ultimo gol della storia del suo futuro ex paese.

La Jugoslavia era una bomba a orologeria sul punto di esplodere. Molti riuscirono a scappare prima del big bang, altri lo fecero durante la sanguinosa fase di sgretolamento del Paese. Le tracce della frammentazione di uno dei movimenti calcistici più fecondi della storia sono visibili ovunque. Il frutto più famoso di questa fuga di massa è sbocciato in Svezia, a Malmö, dove da padre bosniaco e madre croata è nato Zlatan Ibrahimovic, il più forte slavo che difende i colori di un'altra bandiera. Il primato, per quantità e rilevanza, spetta però alla Svizzera, che attualmente vanta nel giro della propria nazionale maggiore almeno nove giocatori con radici nell'ex Jugoslavia, dai kosovari Shaqiri, Xhaka e Tarashaj, ai macedoni Mehmedi, Kasami e Dzemaili, dal croato Drmic al bosniaco Seferovic fino al serbo-kosovaro Behrami. Anche tra i vicini dell'Austria le spore dell'esodo slavo hanno dato luogo a felici contaminazioni: Junuzovic, Dragovic, Arnautovic. In Spagna è nato e cresciuto Bojan Krkic, in Germania Marin, entrambi accomunati da carriere non all'altezza delle aspettative iniziali. Un destino che sta cercando di evitare Adnan Januzaj, stellina del Manchester United il cui padre fuggì in Belgio per evitare di essere arruolato nell'Armata Popolare Jugoslava. Giocano invece con la Finlandia i fratelli Hetemaj, Perparim e Mehmet, altre vecchie conoscenze italiane.

Quella del '90 era una generazione super, in Jugoslavia. Ma anche oggi, se quel paese esistesse ancora, giocherebbe così: Handanovic in porta, difesa Srna-Ivanovic-Savic-Kolarov, mediana Modric-Rakitic-Pjanic, attacco Jovetic-Dzeko-Perisic, e in panchina Subotic, Matic, Kovacic, Tadic, Mitrovic, Pjaca e Mandzukic. Non sembra inferiore al Portogallo campione d'Europa...

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