Sole e luna. Giorno e notte. Sogni e insonnia. Due Italie opposte si incrociano lo stesso giorno. Una scivola sulla neve, vivendo un paradiso di emozioni, l'altra rincorre sull'erba un pallone, sprofondando in un inferno di vergogna e polemiche e sospetti. Due mondi sportivi, nelle stesse ore, nello stesso Paese. Federica Brignone, Elisa Vittozzi e azzurre e azzurri della neve da una parte e, dall'altra, Alessandro Bastoni e tutti quelli come lui, perché non è solo. Quasi imbarazza accostare oggi calciatore e calciatori a Federica e le sue sorelle, i suoi fratelli. Ma ci sono giorni in cui si deve respirare profondo aria pulita in una stanza per entrare nell'altra turandosi il naso. Da una parte, sulla neve, assistiamo alla sublimazione dei valori olimpici con le rivali che si inchinano davanti alla nostra campionessa, che l'abbracciano, rendendo omaggio alla rivale non solo per manifesta superiorità dell'azzurra ma per il manifesto del dolore che Federica rappresenta. Perché sì, le ha appena fatte scendere dal gradino più alto del podio però sanno bene che quella vittoria, quel secondo oro nella stessa olimpiade, che dieci mesi fa sembrava perduta per sempre fra ossa e legamenti sbriciolati, non è solo figlio della tecnica e del talento ma di cicatrici e notti sveglie, di paura, di non ritorno, di un corpo martoriato diventato due volte d'oro. Per questo sono con lei.
Dall'altra parte, al sole, al giorno, ai sogni che si realizzano ai Giochi fa da mesto contraltare lo sport che simula per ottenere un vantaggio, dove si crolla a terra senza essere caduti, dove la furbizia diventa mestiere e la medaglia d'argento ai Mondiali o in Champions un'onta da sfilarsi subito dal collo. Senza pensare, anzi, violentando i valori di ragazze come Lara Della Mea, quarta per 5 centesimi o Serena Pergher per tre. Loro non cadrebbero mai apposta, al massimo si inginocchierebbero davanti alla grande rivale.