Marcell Jacobs è il primo italiano (anzi è l'unico italiano) ad aver vinto la medaglia d'oro sui cento piani alle Olimpiadi (Tokio 2020). È nato negli Stati Uniti 31 anni fa. Sui 100 ha il recordo europeo con 9 secondi e otto. È l'erede di Berruti e Mennea. In questi giorni è a Miami e sta per rientrare in Italia. Tornerà in pista per il meeting internazionale Città di Savona, il 20 maggio, poi sarà al Golden Gala, a Roma, in giugno.
Che periodo della tua vita stai vivendo Marcell?
"Di grande carica. Ho voglia di tornare in pista".
Racconta il Marcell bambino.
"Mia madre diceva che ero un bambino super vivace. Avevo tantissima energia e per questo mi ha fatto provare tutti gli sport possibili e immaginabili".
È stata un'infanzia felice?
"Molto felice".
Crescere con una doppia identità, metà italiano metà americano, cosa ti ha insegnato?
"In realtà mi sono sempre sentito italiano al cento per cento".
Sei orgoglioso di essere italiano?
"Sì, sì, assolutamente".
Quando hai scoperto di essere incredibilmente veloce?
"Giocavo a calcio e facevo l'ala destra. Un giorno l'allenatore mi disse: tu corri bene ma con la palla non ci sai fare. Prova con l'atletica".
Gli hai dato retta.
"Sì, una volta persi una scarpa alla partenza. Corsi senza e vinsi comunque. Lì ho capito che c'era qualcosa di speciale. Avevo dieci anni".
Chi è stato il primo a dirti che potevi diventare il più veloce del mondo?
"Mia madre".
Le hai creduto?
"Sì. Sin da quando avevo 12-13 anni ero convinto che avrei vinto le Olimpiadi".
Qual è stato il percorso che ti ha portato a Tokyo?
"Nel 2015 ho avuto un grave infortunio al bicipite femorale e non si sapeva se sarei tornato a correre. Ho cambiato allenatore, mi sono trasferito da Desenzano a Gorizia e poi a Roma. Roma è stata una rinascita. Nel 2021 ho iniziato a migliorare gara dopo gara: record italiani, primo tempo sotto i 10 secondi a Savona. Sono arrivato alle Olimpiadi pronto. Già in batteria ho rifatto il record italiano: lì ho capito che poteva succedere qualcosa di grande".
Come si vive la sera prima di una finale olimpica?
"Malissimo. Non dormi, hai adrenalina e pressione addosso. Poi però quando entri nello stadio esisti solo tu e la gara".
Cosa succede nella tua testa sui blocchi di partenza?
"La mente si spegne. Devi pensare solo a sentire lo sparo e partire prima degli altri. Se pensi a qualcosa, perdi il tempo di reazione".
Ti sei accorto subito di aver vinto?
"Sì. È stata una gara velocissima ma che posso rivivere al rallentatore. Dopo i 60-70 metri vedevo sempre meno avversari accanto a me. Agli 80 metri non vedevo più nessuno. Ho iniziato a festeggiare subito perché sapevo di aver vinto".
Dopo Tokyo sono arrivati infortuni, dubbi e polemiche. Quanto hanno pesato?
"Fa parte della mia storia. La mia carriera è sempre stata fatta di alti e bassi. Ho imparato a cadere e rialzarmi".
Il 4 giugno il ritorno al Golden Gala? Cosa rappresenta?
"È una gara che ho sempre voluto fare. Roma per me è speciale, mi ha dato tanto".
Cosa si prova a gareggiare allo Stadio Olimpico?
"È magico".
Il Golden Gala è intitolato a Pietro Mennea. Cosa rappresenta per te?
"Un campione straordinario. È un onore partecipare a questa gara".
Cosa significa tornare ad allenarsi con Paolo Camossi?
"Dopo un periodo difficile avevo bisogno di staccare e ritrovare me stesso. Tornare con Paolo è stato come ritrovare un secondo padre".
Il caso delle intercettazioni (la vicenda che ha visto coinvolto il fratello di Tortu, ndr) ti ha danneggiato psicologicamente?
"No. L'ho scoperto quando ero già negli Stati Uniti. Sono rimasto scioccato, ma non troppo sorpreso".
Perché non ti sei sorpreso?
"Vincere può dare fastidio a qualcuno".
Quali sono stati i tuoi miti?
"Carl Lewis, avevo il suo poster in camera. Poi Usain Bolt, che ha rivoluzionato la velocità".
Diventare padre giovane quanto ti ha cambiato?
"Tantissimo. Mi ha reso più maturo e responsabile".
Ai Giochi di Los Angeles '28 la tua ultima grande corsa?
"Non mi pongo limiti. Sarà il mio corpo a dirmi quando smettere".