Il figlio di Pirlo, gli stadi vuoti e i social che li riempiono

Niccolò di cognome fa Pirlo ed è il figlio di Andrea allenatore. Dunque è privilegiato ma, al tempo stesso, nello zoo dei social è un bersaglio facile

Il figlio di Pirlo, gli stadi vuoti e i social che li riempiono

Niccolò ha diciassette anni. Studia e come molti ragazzi della sua età naviga su siti e affini, dialoga, comunica, tuitta, photoshoppa, tagga, invia, riceve. Niccolò di cognome fa Pirlo ed è il figlio di Andrea allenatore. Dunque è privilegiato ma, al tempo stesso, nello zoo dei social è un bersaglio facile, degli italian snipers che sparano pallottole di fango per non scrivere sterco. Il limite è stato raggiunto in questi ultimi giorni perché alla critiche, che fanno parte del lavoro paterno, dall'ora della colazione sino al momento di coricarsi a letto, dalle opinioni pesanti si è passati alle minacce, di morte e roba del genere. E così il ragazzo ha voluto denunciare pubblicamente l'insolenza che supera qualsiasi frontiera civile, la reazione dovrebbe appartenere a migliaia e milioni di persone, oggetto dell'invasione, dell'aggressione e delle intimidazioni di una folla di imbecilli e delinquenti, soprattutto codardi, serpi nascoste nel canneto dell'anonimato. I social violentano la vita privata, il personaggio pubblico si presta al gioco ma ne resta complice e poi vittima e, soprattutto, non ha vie di fughe se non l'uscita, l'anonimato. Quello che è capitato a Niccolò Pirlo è un caso anomalo ma ormai divenuto abituale per molte figure dello sport, dello spettacolo, della politica e si tratta, paradossalmente, di predestinati, per fama, per ruolo e per esposizione. Un messaggio è un revolver messo nelle mani di un terrorista, l'ingiuria è una forma di presentazione, dovrebbe essere reso obbligatorio un codice identificativo di accesso, nessuno può permettersi di aggredire a volto e polpastrello coperto, gli atti persecutori (spesso rivolti alle donne)appartengono ai vigliacchi. Pirlo padre ha avuto la fortuna, si fa per dire, di vivere la sua difficile esperienza di allenatore, negli stadi deserti, dunque senza le ingiurie del pubblico avversario ma i social riempiono il vuoto scaricando addosso a un parente l'oltraggio sospeso. È il tempo di difendersi, il codice penale è stato scritto per questo. I club inglesi, tutti, hanno deciso tre giorni di black out social contro gli insulti razzisti. Vediamo se la federcalcio italiana, così sensibile a tutelare i diritti ma soprattutto i denari, si unirà alla Football Association e aggiungerà la protesta contro le minacce di morte.

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