Finale con il Chelsea Solo Gesù può salvare il Benfica «maledetto»

Finale con il Chelsea Solo Gesù può salvare il Benfica «maledetto»

Soldi contro blasone. Chelsea-Benfica, finale di Europa League in scena stasera all'Amsterdam ArenA, è una sfida che profuma di nobiltà. Di antico lignaggio quella dei lusitani, costruita nei primi anni '60 grazie al fuoriclasse Eusebio e al tecnico Bela Guttmann, più moderna quella dei Blues, il cui ingresso nell'élite del calcio europeo è arrivato grazie ai milioni di Roman Abramovich. Solo nell'ultimo triennio il club di Stamford Bridge ha accumulato sul mercato un passivo di oltre 272 milioni di euro, 90 dei quali nell'attuale stagione. In tutt'altra direzione ha remato il Benfica, che come tutti i club non appartenenti ai campionati di prima fascia - invasi dai fiumi di denaro dei diritti televisivi e adocchiati da esotici milionari - è stato costretto ad adottare strategie alternative. In primis quella di uno scouting capillare e, soprattutto, rapido, che permette di portare a casa il David Luiz di turno pagandolo 500mila euro al Vitoria, per poi rivenderlo tre anni dopo proprio al Chelsea per 30 milioni scarsi. Un "giochino" che tra il 2010 e il 2013 ha fruttato alle Aquile un attivo pari a 111 milioni e 700mila euro, senza per questo inficiare il rendimento in campo. Perché stasera, budget a parte, tra Chelsea e Benfica è una sfida ad armi pari per talento (Hazard, Oscar e Mata in casa Blues, Salvio, John e Gaitan per i portoghesi), organizzazione di gioco e potenza offensiva (dove Cardozo si fa addirittura preferire a Torres). E attenzione agli incroci tra ex: David Luiz e Ramires da una parte, il randellatore Matic dall'altra.
Divise dai soldi, Chelsea e Benfica sono unite da una maledizione. Per i Blues è quella della panchina. Dopo Roberto Di Matteo, al quale non bastò il successo Champions per salvarlo dall'esonero, tocca al suo sostituto Rafa Benitez trovarsi di fronte a un destino già scritto indipendentemente dal successo europeo. Coppa o meno - e in caso affermativo il Chelsea diventerebbe il quarto club dopo Juventus, Ajax e Bayern Monaco ad avere messo in bacheca tutti e tre i trofei europei - la partenza a fine stagione del tecnico spagnolo, altalenante in Premier e mai amato dalla tifoseria per il suo passato nel Liverpool, è pressoché certa.
Ma in tema di maledizioni, quella che da ormai cinquant'anni grava sul Benfica non ha eguali. Fu lanciata nel 1962 da Guttmann, finito in rotta con la dirigenza dei lusitani dopo aver vinto due Coppe Campioni consecutive. Alla base della frattura, avvenuta pochi giorni prima della finale contro il Real Madrid (vinta 5-3), il rifiuto di riconoscergli un extra per il successo in Europa. «Senza di me, il Benfica non vincerà più una finale europea», disse il tecnico ungherese prima di lasciare Lisbona. Detto e fatto. Da quel momento il Benfica ha disputato sette finali e le ha perse tutte: Intercontinentale '62 (contro il Santos); Coppa Campioni '63 (Milan), '65 (Inter) e '68 (Manchester United); Coppa Uefa '82 (Anderlecht); Coppa Campioni '88 (Psv Eindhoven) e '90 (Milan). Leggenda vuole che, prima di scendere in campo contro i rossoneri di Arrigo Sacchi, Eusebio si recò sulla tomba di Guttmann per chiedergli di interrompere la maledizione. Niente da fare. Oggi sulla panchina delle Aquile siede Jorge Jesus. Visto il nome, da lui ci si aspetta il miracolo.

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